Il codice "L'eclissi"

Le ombre della sera calavano sulla città, l'uomo seduto allo scrittoio aveva l'aria di chi cela a stento una scottante informazione. Chiesi se potevo accomodarmi e senza indugi lo pregai di continuare
"il titolo dell'album ovviamente non è quello comunicato da tim tom tam, che ha ripreso solamente un telegrafo senza fili innescato da un intervento dei ragazzi sul sito. Non è glaciazione, tanto per incominciare non è neppure la glaciazione, quella era solo una vecchia idea poco condivisa da alcuni avventori dello spazio virtuale, che il gruppo ha voluto assecondare".
Le lingue di fuoco del camino illuminavano la scena in modo quasi gotico, fuori dalle finestre la pioggia aveva incominciato a picchiettare ricordando che il cambio di guarda delle stagioni era già cosa fatta. L'uomo aveva un espressione come di soddisfazione. Sentivo che presto ne sarei venuto a capo.
"Mi dica allora la data di uscita e il titolo esatto, la prego".
"Figuriamoci se "del più e del meno" poteva essere una denominazione all'altezza, solo uno stolto avrebbe potuto crederlo",
"la prego"
"certo, è che con l'età ho incominciato ad apprezzare i dettagli. i preliminari di un discorso, il valore di una buona conversazione, ma vedo che lei ha fretta. Non le farò perdere altro tempo. Il titolo dell'album tanto per incominciare è..."
Distinsi nettamente il suono dello sparo al silenziatore e mi voltai di colpo.

05.10.07(Max)

Ebbi appena il tempo di scorgere una macchia sfocata sulla parete del corridoio che l'ombra dell'uomo si era già gettata in strada. Inutile lanciarsi in un inseguimento per la città deserta. Disarmato com'ero potevo solo sperare di non rientrare nella lista del misterioso assalitore. E in questo senso l'essere ancora vivo era una garanzia sufficiente.
Mi avvicinai alla scrivania, l'addetto stampa mi fissava ancora ma i suoi occhi vitrei non mi cercavano piu'. Un solo colpo lo aveva separato definitivamente dalle sue incombenze terrene. Io, purtroppo, rientravo tra quelle insolute.
Niente data, niente nome, un cadavere.
"Diamine" pensai mentre ripulivo le impronte: non volevo certo avere altri problemi con la polizia.
Veloce, calciai lo starter e aprii manetta.
In un attimo gli odori della notte fischiavano di nuovo sotto il mio casco, mentre cercavo inutilmente una quinta alla vespa. Mi stavo rendendo conto di averla scampata di poco e l'adrenalina cominciava a scendere. Fermai la "special" davanti a un toro verde, mi sedetti e accesi una camel.

06.10.07(Zerotempo)

Perchè lui? Perchè non aspettare che rimanesse solo?
Un odore dolciastro mi si è cucito sulla stoffa e provo a cancellarlo tra le spire del fumo caldo che mi soffio addosso.
Quando incroci Morte il sangue che cola ti porta lontano.
Se non fossi al sicuro?
Se lasciarmi in vita qualcuno potesse considerarlo un errore?
Ho due possibilità.
Nella prima mi convinco rapidamente che nulla è successo.
Non ho mai visto quella casa e quando ho suonato a quel fottuto citofono nessuno mi ha mai aperto cosi' ho scelto di cercare un po' giro, magari verso casasonica e, non venendone a capo, ho scelto di tornare a testa bassa in redazione.
Nella seconda mi preoccupo che non colpirmi sia stato uno sbaglio al quale bisogna porre rimedio in tempi stretti.
Comincio a spaventarmi poco per volta e, prima di lasciarmi sopraffare dal panico, decido che l'unica possibilità per non guardare dall'alto la mia testa esplodere e schizzare qualche muro come un merdoso quadro di pop art potrebbe essere fare qualche domandina qua e la'.
Solo per capire che senso ha ammazzare per una titolo e una data.

07.10.07(Boosta)

La nenia monotona del Po confluisce nei miei pensieri e mi distrae per un attimo.
Il fiume di città e' traditore: costretto e schiacciato nel cemento può darti l'impressione di essere un amico, una piacevole colonna sonora per la tua vita costruita attorno alla sua.
Ma la verità e' che al fiume non gliene frega un cazzo di chi tu sia e non aspetta altro che ti avvicini troppo per ghermirti e trascinarti a fondo. "Ora il fiume e' davvero molto vicino" pensai scendendo i gradini dei murazzi."

10.10.07(Zero reticoli)

La notte torinese mi avvolge con la sua aurea sinistra. La cornice ideale per chi si sta cagando sotto. La sigaretta mi si consuma tra le dita, ne accendo un’altra. Questa decido di fumarla. Il pacchetto mi urla in maiuscolo che il fumo uccide. Anche un album dei Subsonica.
Mi passano a fianco due tipi che devono aver svuotato le riserve alcoliche di tre locali. Uno alza il bicchiere vuoto e urla «Brindo a te! Vergine stuprata!». Perfetto. Anche gli echi di Profondo Rosso. Mi giro di scatto aspettandomi di vedere una mano guantata di pelle nera. E’ ufficiale. Mi sto rincoglionendo. Risalgo in moto. La frizione mi scivola tra le dita due volte. Al terzo tentativo riesco a lasciarmi alle spalle il ridicolo dei miei pensieri. Peccato che la moto non vada abbastanza veloce per seminare la paura. Cerco di riepilogare provando a scacciare i fotogrammi che si susseguono ipnotici alternando sangue e il corpo riverso dell’uomo.
Due giorni fa ho ricevuto una telefonata. Una di quelle che per chi fa il mio lavoro vale oro. «Conosco il titolo e la data di uscita del nuovo album dei Subsonica, se lo vuoi conoscere vieni alle 10 a questo indirizzo…» All’inizio penso ad uno scherzo. Che cazzo di modo è? E’ il titolo di un disco mica il quinto segreto di Fatima. O era il terzo? Vabbè fanculo, decido di andare giusto per vedere che carte ha in mano il tipo. Male che vada avrei avuto la storia di uno fuori di testa da raccontare che fa sempre colpo.
«Il titolo è…»
Zip.
Sono vivo solo perché non ha fatto in tempo a dirmelo. Di questo sono sicuro. Però vivere con la certezza che c’è uno che va in giro a seminare proiettili nel cervello non è esattamente il massimo. Per un disco poi…
La moto mi porta in Piazza Vittorio. Casaonica. Solitamente avrei sentito della musica. Zero. Silenzio. Un silenzio che sembra fatto di cristalli di ghiaccio. La porta è accostata. Se fossi uno che le rotelle gli girano per il verso giusto dovrei ruotare il culo e correre, raggiungere la prima stazione dei pulotti e dire tutto quello che ho visto. Appunto. Se fossi…
Ma chi cazzo te lo fa fare, scappa idiota.
Entra imbecille. Quando ti ricapita un’occasione del genere.
Certo l’occasione per finire tre metri sotto il Po.
Articolo a nove colonne. Con la tua firma.
O con la mia foto ricordo…
Aspetto che il lato A e B del mio Io decidano qualcosa. Se le stanno dando di santa ragione. Mi piacerebbe essere come quel tipo… come si chiama… ah sì, il Gorilla. Ti metti a dormire e lasci il lavoro sporco al tuo socio. Che poi saresti sempre tu in una versione decisamente più incazzosa. Ma madre natura non mi ha dato il dono di una doppia personalità schizofrenica. Vaffanculo. Tiro a sorte. Il fiammifero corto è toccato al lato B. Si entra. La porta cigola. Perfetto. Protesterò vivamente col presidente. La prossima volta che lo vedo gli faccio un culo così. Non solo mi imputtani la vita con un titolo ma mi fai pure cagare sotto perché non fai le manutenzioni. Usare Ivan oltre che per perdere i furgoni no eh? Sono dentro. Solo una luce da tavolo illumina il mixer. Sarei tentato di mandargli in pappa tutte le regolazioni. Ma sono qui per capire. Gli scherzi da simpatico guascone li rimandiamo.
Entro nel gabbiotto delle registrazioni e lo vedo.
Bianco.
Caucasico.
Biondo.
Riga di lato.
Cazzo, Max.
Mi avvicino. Gli poggio due dita sul collo. E’ vivo. Un po’ pestato ma è vivo. Il cuore inizia a galoppare. Io vorrei nitrire. Prendo il cellulare. Compongo il 118.
Una voce dietro di me squarcia il silenzio.
«Riaggancia il telefono. Immediatamente.»

13.10.07(Michele 4 Ledda)

Prese le chiavi, raccolse la borsa e si precipitò lungo le scale infilandosi l’impermeaile al volo. La luce del mattino la sorprese in via Po, costringendola al riparo di grandi lenti scure. Era agitata, anzi eccitata e pienamente consapevole di sé, nonostante le poche ore di sonno e i tumultuosi avvenimenti della notte appena trascorsa.
Era una bella giornata, limpida e tersa e la cerchia delle Alpi, una volta tanto, incoronava degnamente la città.
L’edicolante le sorrise.
“La stampa, per favore.”
Infilò il resto nel portafogli senza controllare, agguantò il giornale e con passo felino si diresse al bar Elena.
Davanti a un semidolce acciughe e peperoni (dopo gli ultimi accadimenti aveva scoperto di avere uno stomaco piuttosto temprato), sorseggiando un fumante cappuccino, tra le pareti rosse che tanto le piacevano, avrebbe consumato la sua piccola vittoria.
Lentamente aprì il quotidiano: in prima pagina, a caratteri cubitali, svettava il titolo del suo articolo con il suo nome in grassetto scritto piccolo sotto una sottile riga nera.
La sua prima volta in prima pagina: dopo anni di gavetta e mesi di indagini per quell’articolo.
Era stata brava.
Brava e fortunata.
Con un brivido ripensò agli accadimenti della sera prima: l’omicidio di un agente speciale sotto copertura, il successivo saccheggio dei locali di Casasonica nel vano tentativo di trovare quello che era oramai in suo possesso, il pestaggio dello sfortunato Max Casacci, troppo concentrato sul mixaggio per potersi accorgere dell’effrazione nei locali antistanti la sala di incisione.
Ora finalmente tutto trovava una sua logica spiegazione, ogni tessera aveva avuto adeguata sistemazione nel puzzle.
I file dei codici di accesso alla lista di transazioni criptate che collegavano il flusso di danaro sporco proveniente dallo spaccio cittadino al traffico internazionale di armi, fulcro dell’indagine che da mesi aveva costantemente seguito, le erano già stati consegnati dal previdente e prudente Parrish, appena un’ora prima della sua fine.
Povero Parrish: previdente sì, ma non abbastanza prudente, evidentemente, visto che ora era inesorabilmente cadavere.
Vano era stato il pestaggio ad opera di “ignoti” del patinato chitarrista della band, reo esclusivamente di avergli generosamente fornito protezione e copertura inventando per lui il ruolo di un fantomatico “portavoce”.
Doveva ringraziare la sua buona stella e l’incoscienza di un ingenuo giovane free lance che di tanto in tanto si occupava di cronaca mondana e spettacoli.
Grazie al suo imprevisto arrivo in Casasonica, lei, sulle tracce degli assassini, aveva avuto il tempo di dare il segnale e far scattare l’operazione che aveva assicurato alla giustizia una folta rete di criminali.
Poi la corsa in redazione per assicurarsi che il suo articolo fosse in stampa, completo degli ultimi dettagli.
Addentò l’ultimo pezzetto di semidolce dal quale pendeva un brandello di peperone rosso come fosse la lingua di un cane accaldato.
Masticando rifletté certo, il ruolo della variabile impazzita aveva effettivamente dell’incredibile. Un imbranato collega alle prime armi era stato coinvolto, suo malgrado, nel maldestro tentativo di depistaggio dell’organizzazione criminale che, ormai allo sbando, si sentiva il fiato sul collo dell’intelligence: “Conosco il titolo e la data di uscita del nuovo album dei Subsonica, se lo vuoi conoscere vieni alle 10 a questo indirizzo..”.
Era surreale che avesse abboccato, che avesse prestato fede a una idiozia simile, che si fosse presentato a quell’improbabile appuntamento.
Ma chi, si chiedeva ora guardando le sei colonne del suo articolo, avrebbe potuto essere così stupido da pensare di commettere un assassinio per impedire una rivelazione così futile?..
Forse la gang criminale aveva tenuto monitorato il sito dei cinque musicisti e così le era venuta l’idea: lì sì, stuoli di fans assatanate avrebbero ucciso per quell’informazione, o, almeno, così dichiaravano in “messaggi per il gruppo”

Ora che rifletteva, in effetti, solo una notizia aveva taciuto nel suo articolo di prima pagina: quella contenuta nei file trovati in Casasonica, sequestrati dalla polizia, a cui lei aveva dato una sbirciatina grazie ai suoi agganci in centrale.
Aprì il giornale alla pagina degli spettacoli.
Il suo giovane collega free lance, come previsto, aveva fatto l’agognato scoop.
Lesse i rotondeggianti caratteri grassettati:
“In uscita il 23 Novembre 2007 l’ultimo e attesissimo lavoro dei Subsonica, nota band di Torino dall’insospettabile titolo: "L’eclissi"
Un sorriso sornione le illuminò il viso.

20.10.07(Mez)

- posso darti venti euro-
il retrobottega non è piu'grande della tazza del cesso che spunta da una tenda sudicia nell'angolo opposto alla scrivania.
- non prendermi in giro, con venti euro non mi piglio neanche il tram per andare a porta pila e lo vedi che questo coso è nuovo, dai cazzo,lavoriamo insieme da sette anni e non ti ho mai paccato,per favore. -
l'uomo piccolo e tozzo tiene nella mano sinistra un hard disk e nella destra il mozzicone di una sigaretta non fumata dal quale pende instabile un cumulo filiforme di cenere.
l'uomo piccolo e lungo davanti alla scrivania suda grasso come un tacchino in forno a metà cottura.
e non riesce a stare fermo.
- posso rivenderlo al massimo a 40 euro. Vuoi lasciarmi un margine di guadagno o devo morire di fame, mi serve piu' roba se vuoi piu' soldi, non piu' parole.-
il campanello del negozio tintinna e l'uomo piccolo e tozzo si alza.
l'uomo piccolo e lungo si frega le mani sui jeans sdruciti e si guarda intorno. Ma quel posto lo conosce bene e non c'è mai niente di nuovo da vedere.
quattro mura gravide di umido e cianfrusaglie in terra come mine antiuomo per chi prova a muoversi senza attenzione.
l'uomo piccolo e tozzo rientra e cala sulla sedia come un sacco di cemento scaricato da un camion in cantiere.
- raccontami come lo hai avuto -
un altra sigaretta identica a quella di prima ma un po' meno consumata è ricomparsa a fare fumo tra i due uomini.
- camminavo battendo un po' di moneta dalle parte della Gran Madre, buon posto per la pilla e grandi fighe imbacuccate per l'uccello lo sai, cosi' mi accorgo di questo ranocchietto che cammina spedito spedito con una borsina a tracolla, mi dico lo seguo, tanto non c'ho un cazzo da fare e vedo che piglia una via tranquillona poco piu' in là della chiesa, allora stringo la distanza e gli vado sotto alla vecchia maniera. Gli spingo il coltello su dai reni e gli dico di mollarmi la borsa. Questo si spaventa cosi' tanto che comincia a balbettare e mi racconta una storia che posso prendergli tutto ma non la borsa, e chiede addirittura scusa come se io fossi un cazzo di capoufficio o qualcosa di peggio. Cosi' mi innervosisco che mi viene da mollargli un calcione, quello cade a terra e si raggomitola balbettando cosa non so. Allora continuo a caricarlo finchè perde i sensi, ma ho impiegato veramente poco, mi piglio la borsa e faccio per girare l'angolo che vedo una tipa in pelliccia che che in quel momento gira l'angolo pure lei cosi'io non so che fare e le tiro uno schiaffone, questa va giu',faccio per prenderle la borsetta ma questa continua a mordermi la caviglia come un cazzo di chiwaua.cosi' impiego un attimo di troppo a liberarmi e scappo mentre vedo gia' un paio di negozianti che mi inseguono.allora capisco che è un pomeriggio di merda. Riesco a salire su un tram e mi siedo a pensare. Io un po' di film li ho visti, se quello voleva che non gli prendessi la borsa avrà avuto i suoi buoni motivi. Apro la borsa e ci trovo dentro questo hard disk e non prendermi in giro perchè ho letto un casino di riviste di informatica e so che questo robo è figo, all'ultima moda. Cosi'sono sceso dal tram vicino all'università e mi sono buttato in un internet point tra cioccolatini e albanesi e gli ho chiesto un cavo per attaccarmi. Due euro mi è costata 'sta cazzata. Monto il disco e che ci trovo: testi!
Hai capito, solo testi che sembrano di canzoni con nomi che neanche so che cazzo vogliono dire: la glaciazione, che cazzo è la glaciazione, roba di gelateria, storie in codice, solamente una ricetta per i maron glacè, che ne so,io sono ignorante ma se avessi un gruppo certo non ci scrivevo robe cosi'.
Allora mi ripeto che se quello ha rischiato una milza qualcosa vorrà pur dire e tu mi vuoi lasciare venti euro che non mi bastano neanche per comprare una stecca di diana, secondo te ho scritto in faccia "piciu senza ritorno"? -
l'uomo piccolo e lungo prende fiato, tossisce e si asciuga un rivolo di bava dalla bocca.
l'uomo piccolo e tozzo tira una boccata di sigaretta e si gratta tra le gambe.
- non ti agitare che l'ictus bussa in fretta in un cervello vuoto come il tuo -

22.10.07(Boosta)

Il freddo entrava sotto il berretto come una lama affilata che taglia l'aria a pezzi, e il bollore della rabbia generava uno strano miscuglio di sensazioni termo-altalenanti. Paura e nervosismo, apprensione e voglia di rivalsa. Ormai giunto alla fine della piazza entrò nel portone con ancora in testa quella scena, viva e pungente, e pensava e ripensava a quello che sarebbe stato da quel momento in poi, da quel maledetto istante. Nella sua mente la ricostruzione di quei frammenti era faticosa come la resistenza al dolore fisico. Stringeva i denti nel cammino, il taglio sanguinava ancora e pensava alle botte ed ai lividi come medaglie di un militare da esibire appena rientrato alla base. Mentre saliva le scale, sentiva che da quel posto avrebbe potuto non uscirci più oppure uscirci per sempre. Cercava di elaborare parole, discorsi, qualcosa che potesse spiegare cosa cazzo era successo quel fottuto pomeriggio.
Cosa dire? un incidente? un furto? perchè non l'ho denunciato? si, ci sono i negozianti...  ma col mio passato di azzuffatore di locali notturni non ho mica tanta credibilità...troppe stronzate ho fatto, un paio di costole ce l'ho rimesse nelle battaglie e non sono pentito. Ma adesso sono diverso, in quelle parole ormai rubate, ormai in mano a chissà chi, c'era tutto il suo io di questi anni, esperienze, amarezze, ma anche tutto ciò che di buono aveva saputo costruire faticosamente ed allo stesso tempo con grande consapevolezza e lucidità mentale. Voleva solo dire la verità, ma era triste ed aveva paura. Era davanti alla porta dello studio e rimase fermo come si può restare fermi dinnanzi alla scoperta, al destino. Si fece coraggio e con le mani ancora sporche di asfalto e di polvere, misto a quel po’ di sangue asciugato con rabbia nel cammino sulle giacca verde e sulla camicia a quadri, bussò alla porta dietro la quale i suoi compagni d'avventura l'aspettavano per continuare il lavoro di quei lunghi e frenetici giorni.
Toc toc.
- Ciao Luca
- Ciao, oh che ti è successo? Hai un'aria stravolta… Pensavo che mi avessi portato un regalo, una torta, mi sarei accontentato pure di cibo giapponese a sto giro che qua siamo ridotti ai minimi termini! meno male che ho portato da bere io almeno, che mezzanotte è tra due ore. Che compleanno di merda!
- Eh, si hai ragione....
- Oh, ma stai bene? E dov'è l'hard disk?
Rimase in silenzio, non sapeva che dire e iniziava ad avvertire la pressione che lo schiacciava come un rugbista nel bel mezzo di una mischia infuocata e scivolosa.
- Ragazzi devo dirvi una cosa...
Il presidente spuntò fuori all'improvviso dalla saletta.
- Oh, cazzo! Sei sempre in ritardo, dai che tra poco facciamo un altro "best of" se non ci diamo una mossa… guarda che volevo cambiare un paio di cose nella prima strofa di "La Glaciazione".
Tolse il berretto e lo gettò via con un gesto di rabbia e stizza, mise una mano in testa per accarezzare quel che restava delle sue certezzze.
- Ragazzi, è successo un disastro, cazzo! Siamo fottuti, credo non ci sarà più nessun album.

25.10.07(Vincenzo)

Non mi ha riconosciuto.
Sono dieci anni che gliela voglio far pagare, lo credo bene che non mi ha riconosciuto.
Un po’ di trucco, un cambiamento di stazza e sembiante, quello è stato il meno: sono un virtuoso io.
Camminare a ginocchia leggermente piegate, in maniera naturale, lì sì che è stato più difficile.
Senza nemmeno un poker di cocktail poi, per assecondare l’interpretazione, dico.
Comunque, sono io.
Tutto sommato, con varianti e falsità, sono io.
Cazzo, Ninja, sei proprio accecato.
E anche voi, tutti voi, là fuori, vista mica da lince, eh?
Dove ho trovato i testi? Quale operazione in codice, che sciarada di spie? Quali interessi economici dietro?
Ma andate affanculo, ragazzi. Niente di tutto ciò.
I testi li ho trovati come sempre, dal lontano 1996. Li ho trovati così: me li portate voi.
Ad ogni modo…sono faccende personali. Si saprà alla fine. Oh, se si saprà, allora. Te lo garantisco caro Ninja. Lo sapranno tutti e tremeranno, tremeranno tutti come te ora.
Si era deciso tutti insieme di non dire nulla, di conservare muto il segreto dell’imminente Lettura del Nome.
Ma sono bastati pochi anni, un po’ di successo e non so cos’altro, per tradire questa custodia scomoda.
Tutto nei testi avete messo, incoscienti.
La rivelazione intera dentro uno stupido disco.
Muoiono le stelle
Tra gli ultimi bagliori e un assordante nulla
So che non mi senti
noi ci ritroveremo tra i rottami ardenti
Bene: l’avete voluto voi.
I vostri eroi non ve lo dicono, ma ve lo dico io: c’è un imminente sovvertimento psicogeofisico in atto, ragazzi.
E non ci sarà estinzione, ci sarà di peggio.
Ogni essere umano sulla terra si trasformerà nel suo peggior…ma lasciamo stare. Non voglio dirlo così.
Cuspidi di vetro
Lambiscono una sorte muta e scura
Il sole si fa nero
Ottenebrato da ogni tuo divieto.
Ci va delicatezza prima dell’esplosione delle certezze.
Allora facciamo così: chi può, chi vuole, vada al Caffè Elena sabato 24 ottobre 2007, alle 12 in punto (memorizzate tempi e luoghi, poiché avranno senso ancora per poco…) e ordini un cappuccino e un paio di calze viola.
Il cappuccino si potrà bere.
Le calze, vi consiglio, metteteci la mano prima di infilarci il piede.
Nel cuore dell’eclissi ti domanderai
Quanti giga pesa l’eternità
Quanto spazio resta all’immensità…gia

25.10.07(Complice di parole)

Prima regola: prudenza.
Seconda regola: audacia.
Così sono arrivato puntuale all’appuntamento al Caffè Elena, alle dodici e un minuto. Ci tenevo a fare bella figura e così le ho portato dei cioccolatini e il vinile originale di The World Won’t Listen degli Smiths autografato in copertina da Enrico Beruschi (il giorno in cui comprai il disco incontrai il mitico Beruschi in Via Roma e non sapevo dove farmi fare l’autografo). Lei stava seduta in un  angolo, con davanti una tazza da cappuccino vuota e una serie di peluche. Parlava da sola, muovendo i pupazzi sul tavolino e variando le voci. Mi sono seduto, lei non ha neanche alzato la testa.
SIGNORA GLACIAZIONE: Orso Otto, che ne dici se giochiamo a “crepa cometa”?
ORSO OTTO: Preferirei a “corda e moneta”. Sono giorni che si gioca solo a “crepa cometa.”
SIGNORA GLACIAZIONE: Mi dispiace, Orso Otto, ma “crepa cometa” non si può. È finita la carta argentata.
CONIGLIETTO AZZURRO: Perché non giochiamo a “finta eclissi”?
ORSO OTTO: Io preferirei a “corda e moneta”.
CONIGLIETTO AZZURRO: Non hai sentito? È finita la carta argentata.
COCCINELLA: Ha ragione Coniglietto Azzurro, Signora Glaciazione, perché non giochiamo a “finta eclissi”?
SIGNORA GLACIAZIONE: “Finta eclissi”? Se ne può parlare.
ORSO OTTO: Io preferirei a “corda e moneta”.
PESCE VOLANTE: Non hai sentito? È finita la carta argentata.
PUPAZZO CON I RICCIOLI: Oppure possiamo giocare a qualcosa più di strategia. Ad esempio a “sangue e salcicce”.
MAIALINO PRESO BLU: Non sono affatto d’accordo.
ORSO OTTO: Anch’io. Preferirei a “corda e moneta”.
A questo punto lei ha manovrato tutti i pupazzi su Orso Otto e l’hanno fatto a brandelli.
Poi, con un gesto veloce della mano, ha spazzato il piano del tavolo lasciando cadere tutti i peluche - e quel che rimaneva di Orso Otto - in una capiente borsa.
“Parola d’ordine?” mi ha finalmente chiesto.
Non c’era tempo per riflettere.
“Mfdmlttl… ,” ho biascicato.
Allora mi ha lasciato una busta fra le mani, poi si è alzata e se n’è andata.
Nel pomeriggio sono tornato al lavoro, in negozio. Fuori pioveva.
Intorno alle quattro è entrato un uomo sulla cinquantina e si è avvicinato al bancone.
“Mi scusi, - ha sussurrato, - avrebbe mica un dvd con donne nel bagno?”
L’ho guardato pensando di non aver capito bene: “Cosa intende per donne nel bagno?”
“Donne nel bagno, sa... cerco un dvd con... - la voce si è abbassata ancora – con donne che fanno la pupù.”
Io, con viso impassibile e professionale: “Mi spiace signore, quello con donne che fanno la pupù non lo abbiamo, al momento. Ma, se vuole, ne abbiamo alcuni con donne che fanno la pipì.”
“Non fa nulla, grazie.”
“Grazie a lei, arrivederci.”
A quel punto mi sono ricordato della busta. L’ho tirata fuori dalla tasca e l’ho aperta.
Dentro non c’era nulla.
Ho guardato meglio e ho tirato fuori la tessera di un puzzle.
Sul retro c’era una frase vergata in rosso: “È già tutto scritto. Ma bisogna saper leggere fra le righe.” Firmato: ORSO OTTO.

27.10.07(Enrico Remmert)

- Ma dovevi proprio iniziare con la Speranza e il Fiducioso Perdente?
- Lo sai che mi piace dare una possibilità ai giovani. E poi, che credi, di essere stato originale con la Gola e quella puttanella della Piccola Arrivista Avida? Almeno il mio era un personaggio sfumato, aveva delle possibilità... La sua vita sarebbe potuta cambiare se...
- Se un bel cazzo! Era solo uno sfigato, uno buono solo a origliare e poi a farsela sotto al primo pericolo. Dai, è bastato un colpo di pistola, un piccolo omicidio e se l'è data! E credeva pure che fosse tutto solo per il titolo di quell’album di quegli altri tizi, quelli con quel nome da quattro soldi. Non aveva capito un cazzo di niente. Ai bei tempi, quando si faceva sul serio, sarebbe finito al rogo in un attimo!
- Mah, forse su questo ti devo dar ragione. E anche l'idea di nascondere le informazioni sul solito traffico d'armi e di droga sullo stesso hard disk con i testi di quei tizi è stata davvero  buona. Molto moderna. Quasi non sembra roba tua. Però... poi ti sei bruciato tutto proprio con la Piccola Arrivista Avida! Dai, arriva, fa il botto e via, finito. Dove lo metti lo sviluppo narrativo?
- È che la figa va bene per un po’, ma poi... Già, dimenticavo che tu non ne capisci proprio niente di figa. Ma avrai apprezzato: un tocco di Superbia con appena appena una sfumatura di Invidia e... zac! La storia è ripartita, hai visto?
- Ho visto che hai usato il solito povero sfigato come tuo solito. Hai preso il primo che ti è capitato che bla-bla-bla-parla-parla-parla-scrive-scrive-scrive e gli hai fatto compiere un furto!
- Sì, sì, sìììììì! E’ così bello far commettere peccati da queste anime candide. Sarebbe stato un personaggio così o-n-e-s-t-o se lo avessi scovato tu. Eh eh eh! Ma io lo so cosa ti da davvero fastidio: che su quell’ardisc ci fossero dentro un sacco di menate che sembrano le preghiere che ti piacciono tanto. Ma ti devi rassegnare: la roba che valeva davvero era nello studio di quei Subqualcosa, e così mentre i cattivi son finiti tutti in galera, la mia Piccola Arrivista del cazzo, come la chiami tu, si è fatta soldi e fama. Son queste le cose che contano! Non quelle litanie del cazzo: “Sei tutti i miei sbagli”, “Le tue paure addormentale con me”, “Quanti ricordi all’improvviso in queste stanze”. Che palle: fandonie, giaculatorie, menate, ecco cosa sono! La verità è che ti ho fregato: di quell'altro là, di quel minchione del tuo Fiducioso Perdente chi se ne frega più? Ha perso. La Piccola Arrivista ha vinto! E lo scrittore? Se l’avessi preso tu sarebbe stato un buono del cazzo. Io invece gli ho dato la profondità del peccato! Sto vincendo io!

Da quando si conoscevano trascorrevano quasi tutti i venerdì su quella vecchia veranda, che pencolava verso la strada come se dovesse cadere da un momento all’altro. Seduti su sedie di legno malferme, che parevano presagire una caduta a gambe all’aria da un momento all’altro, passavano le serate a bere birra e a raccontarsi storie. Si conoscevano da sempre ed erano come il giorno e la notte: la zazzera bionda e la faccia affilata e altera dell’uno sembravano studiate apposta per contrastare il profilo squadrato e i capelli corvini dell’altro, il primo giovane e il secondo vecchio, l’uno alto ed efebico e l’altro dalla corporatura tozza e greve. Tra il profumo di lavanda e lo schioccare del vento, si lasciavano assorbire a poco a poco dalla fragranza della notte. Parlando in continuazione, con voce discreta e solo ogni tanto lasciandosi andare a risate più lascive, andavano avanti sino a quando uno di loro non crollava per la troppa birra o il troppo sonno. Lo spazio che potevano vedere dalla veranda era esageratamente grande, e sembrava che cercassero di riempirlo con le loro stesse parole, fumando e bevendo. A volte avevano dei piccoli screzi, che quasi sempre finivano con un:
– Idiota, e fallo da solo, allora.
– Non è interessante, da solo, lo sai. Nemmeno tu potresti.
– Questo è sicuro: ma allora attieniti alle regole.
Così ricominciavano. Il gioco era sempre lo stesso: intrecciare storie. La conversazione, e quindi le storie, spesso si avvoltolavano su loro stesse, incespicando in mille particolari e possibilità, oppure procedevano velocemente e a grandi passi, solcando gli avvenimenti con improvvise sterzate e drammatiche frenate. A volte riguardavano il passato, storie racchiuse in una bolla di vetro, di quelle che le giri e cade la neve, storie che a ogni narrazione potevano prevedere piccoli cambiamenti ma senza uscire dalla bolla, circolari e innegabili. A volte il dialogo invece si protendeva verso futuro, il domani o un tempo indefinito e indefinibile, e allora le storie potevano cambiare in continuazione. Un giorno una storia si era conclusa con la morte di tutti i protagonisti, ma avevano annullato la partita.

- e comunque sei tu quello buono: se quei Subqualcosa son davvero quello che dici allora fagli usare il Perdono, con quello... ma come si chiama, cazzo una volta i nomi erano più semplici, Ninja, toh! Lo perdonano anche se si è fatto fregare come un ragazzino, rimangono amici come prima e fanculo a quel disco, ellepi, ciddi, come minchia si chiamano adesso quelle robe rotonde.
- Sei sempre il solito arruffone. E pensare che dicono che ne sai sempre una in più... Ah, e il tipo dell'Invidia, lo scrittore… beh, che ne volevi fare? Solo uno incazzoso, un ladro e basta, buono solo a cercare di vendere un HARD DISK - si chiamano così, a proposito, ignorante! - per venti euro. Non aveva profondità: io invece te l'ho corretto di Misericordia. Ed eccoti un vero personaggio: lui vuole salvare il mondo! Vuole salvare il mondo dalla Rivelazione contenuta nella Parola. Uno scrittore che vuole salvare il mondo dalla Parola. Ah, non lo trovi superbamente ironico ed inquietante allo stesso tempo? 
– Vabbè, suppongo fosse inevitabile che tu volessi metterci di mezzo un Salvatore. Un po’ egotico, ma va bene, te lo concedo. Però ti ho di nuovo incasinato tutto: i miei demonietti non te li aspettavi, vero? L'Orso Otto e il Coniglietto Azzurro… di questo non hai ancora capito nulla, eh?
- Devo ammetterlo: mi hai sorpreso. Anche se li usi dai tempi di Poltergeist e Chucky funzionano sempre. Voglio proprio vedere come se la caveranno adesso i nostri personaggi...
– Te l’ho detto: sono ancora dei bambini.
– Già, dei piccoli idioti.
–          Cresceranno, caro.
–          Forse, caro Lucifero, forse. Certo che qui ci mancano solo più le astronavi…
(Distretto71)

30.10.07(Distretto71)

“Che cos’è mai un nome, ragazzi?” – avrebbe chiesto Will S.©, il VIDP più in vista del tanatopalinsesto, se in quel momento fosse stato sveglio. Ma Will in quel lungo giorno sospeso da 380 anni dormiva, sognava forse, sonnecchiava piuttosto, nelle delizie di un simulato pranzo elisabettiano di sette portate, e dal suo sonno pomeridiano sgorgavano commedie e tragedie, sonetti irriverenti e amorosi, alla velocità di una psicopagina al secondo, e la realtà, o per meglio dire le molte subrealtà che fluivano alla sua paracoscienza, erano solo infiniti ingredienti per la creazione. Non tutti venivano usati. Un milione di morti e la pigmentazione di un ramarro australiano avevano la stessa importanza, nella sua scala d’informazione. Perso nel suo sonno, Will S.© creava. Il suo opus magnum postumo comprendeva ormai più commedie della quota mensile di abitanti in eccesso del Benin, più drammi storici degli abbonati alla rete telefonica di Djakarta, più sonetti dei cittadini sotto la soglia di povertà del conglomerato BOSWANY dell’East Coast degli Irredimibili Stati Disuniti d’Amerika. In un tempo e in un non-spazio sospesi fra le dimensioni, nei corridoi asettici dell’astronave a temperatura prossima allo zero assoluto, organismi sottocellulari specializzati scremavano le parole dello Stempiato Divino, editandole, copyrightizzandole, taylorizzandole ad uso delle diverse masse planetarie e producendo istantanei e multipli capolavori immortali come “Berja, il novello Tamerlano” e “La Caduta del Cancelliere Adolf”, così come la salace farsa presidenziale “Il mio Regno per un Pompino”. Le sinapsi simulate di Will S. © erano avide d’informazioni, aperte a tutti i canali delle innumerevoli dimensioni fra cui si muoveva, nella sua secolare e quotidiana oscillazione quantistica.
Momentaneamente in orbita sopra Torino e nel nostro hic et nunc l’astronave taucetana captò le informazioni sul disco dei Subsonica e sul titolo misterioso e le fornì ai banchi di memoria del postBardo, assieme a innumerevoli frammenti randomizzati di altre informazioni casuali: dialoghi colti in un caffè del centro, tabulati di multe non pagate, e la confessione di un assassino seriale resa a un lampione sulle rive della Dora alle tre di notte e recuperata da un drone spia della confederazione achemenide sballato fuori universo. I campi di memoria erano biologici, e se si fossero sviluppati su tre dimensioni avrebbero occupato l’equivalente della superficie del Sole. Ma essendo invece coltivati all’interno di un Tesseratto di Heinlein, riempivano esattamente, invisibili, lo spazio delle pareti della stanza del postBardo. Stanza che imitava la sala da pranzo di una casa borghese di Stratford-upon-Avon, ca. 1613.
Svegliandosi in quella stanza, Will S.© si grattò la pelle simulata sotto la gorgiera altrettanto simulata, dalle pieghe alle macchie di sugo d’arrosto di montone. Meditò brevemente (meno di un nanosecondo di tempo reale, un quarto d’ora soggettivo in quel placido e postprandiale pomeriggio inglese tendente all’eternità) su quel nome, Subsonica, e sul suo possibile inserimento in una rima. Partorì poi nel tempo di un respiro quattordici titoli perfetti per quell’album, qualsiasi cosa fosse, e con altrettanta facilità se li dimenticò. L’astronave taucetana era gestita in subappalto da una banda di piloti e tecnici interinali, bassa forza reclutata alle porte di Tannhauser, che a malapena capivano il galattico standard, figuriamoci riconoscere un titolo buono. Così i quattordici titoli perfetti scivolarono nel nulla, con la stessa facilità e nello stesso perfetto silenzio con cui l’astronave scivolava fra i mondi, immersa nel suo viaggio. Con l’equivalente taucetano di un  rutto, gli organismi raccoglitori di idee smaltirono i titoli e passarono a rifinire un sonetto sul seno di Anna Falchi.

05.11.07(Tullio Avoledo)
V E L E N O
A L I S C U R E
L A G L A C I A Z I O N E
L' U L T I M A R I S P O S T A
I L C E N T R O D E L L A F I A M M A
N E I N O S T R I L U O G H I
Q U A T T R O D I E C I
P I O M B O
A L T A V O R A C I T A'
A L I B I
C A N E N E R O
S T A G N O
L' E C L I S S I
C O R P O C E L E S T E


L'astronave aliena proseguì nel suo viaggio nello spazio non dimensionale, greve del carico dell'unico Vate e Creatore del dioramico tanatopalinsesto, lasciandosi distrattamente alle spalle il disegno regolare di una piazza qualsiasi di una città qualsiasi di un insignificante pianeta allo zenit di Altair e a lato del feroce Deneb, l'oggetto più luminoso nell'abisso di nero cianotico che circonda per 4000 anni luce cubici il Sole. Scivolò via leggera, lasciando dietro di sé, lacrima e scarto insieme, una neuroscia densa di energia entropica massimamente instabile, sintomatico decadimento dell'attività sinaptica del postBardo. Dopo aver varcato gli strati più rarefatti dell'atmosfera, decadendo poi sino al piano prospettico dell'orizzonte, lo strascico creativo rilasciò la sua primitiva potenza. In quel che per il tempo terrestre fu un tiepido pomeriggio autunnale, si succedettero una serie di anomalie che nessuno pensò, per lungo tempo, di collegare fra loro. Carrellata.
La macchina da presa si sposta sopra la città.
Al centro dell'inquadratura appare il pesante bancone di un caffé storico. Davanti vediamo un uomo vestito di nero che indossa un cappellino. Rimane fermo alcuni secondi, poi, d'un tratto, beve d'un sorso il contenuto di un bicchierino ed esce di corsa. Fuori altre quattro figure, anch'esse vestite di scuro, lo attendono, e tutti insieme fissano un cielo divenuto rossastro come se avvertissero, lontanissimo, un rombo attutito. Un rapido sguardo e improvvisamente capiscono, dopo settimane, cosa dovranno fare. Li vediamo entrare nel portone a fianco del locale scambiandosi occhiate di rapida intesa.
Stacco.
Ora siamo in appartamento, non molto distante da un fiume denso e scuro: un uomo abbandona la tastiera di un portatile per avvicinarsi alla finestra. Fissa un cielo nemico, di un rosso innaturale striato di nero e, improvvisamente, immagina, o meglio vede, una cortina di fumo dalla quale un gigantesco robot dalle forme umanoidi emerge lanciando dardi laser verso la cima di una costruzione in muratura. La guglia stretta e sottile della Mole rovina al suolo, perdendosi in una catena di polvere ed esplosioni ed edifici che crollano, mentre dall'acqua del fiume fuoriescono silenziosi altri enormi e minacciosi robot neri. Lo sentiamo mormorare: "Devo impedire tutto questo".
Stacco.
Stazione di servizio sulla provinciale 43, appena a nord della città. Prima di scendere per avvicinarsi alla pompa di benzina un uomo sposta lo sguardo sulla strumentazione digitale del cruscotto: l'indicatore della benzina, invece del solito oscillare fra 0 e 4 lampeggia la scritta QUATTRODIECI.
Stacco.
Una donna accompagna con lo sguardo la figlia quindicenne mentre esce di casa. Pensa a quanto le separa, a quanto le divide. Improvvisa l'immagine di ALI SCURE che tagliano il cielo. Scosse. Grida. Bombe.
Stacco.
Un tavolo da lavoro denso di chine colorate e fogli di grande formato. Il giovane uomo che vi sta di fronte si sta passando per la milionesima volta le mai nei capelli, alla caccia di un'idea che smuova una storia ferma da troppo tempo a un punto morto. Da settimane fissa la didascalia dell'ultima vignetta di una storia di montagna senza sapere come proseguire: "A quindicimila chilometri da casa sua e a 7500 metri sul livello del mare, una ragazza con il volto coperto da occhiali protettivi e strati di tessuto contro il devastante effetto dei raggi ultravioletti, continua la sua progressione verticale verso la seconda cima più alta della Terra". Un punto morto. Un punto vuoto. Improvvisamente l'intuizione. GLACIAZIONE. E il vuoto esploderà. Questo vuoto esploderà.
Stacco.
In una centrale stazione dei carabinieri un uomo in divisa, il cui sguardo passa distrattamente dall'effige di Trezeguet a quella di una donna poste fianco a fianco nel portafotografie di peltro e radica che troneggia sulla sua scrivania, collega improvvisamente i fatti importanti della sua giornata: primo, la lite mattutina con la donna del ritratto per un'improbabile e respinta richiesta di sesso tantico-no-si-dice-tantrico-io-volevo-dire-anale-sei-uno-stronzo-pervertito; secondo, la visione sul televisore della mensa di uno speciale sulla prossima uscita dell'album del gruppo preferito della suddetta fidanzata sobsonica-no-si-dice-subsonica-saranno-finocchi-no-sono-i-meglio-bastardi-no-tu-sei-ignorante; terzo un irrisolto caso di traffico di armi ed esplosivi su cui i suoi livelli superiori si stanno scornando da mesi. Lo vediamo uscire dalla caserma, nelle vicinanze della piazza della prima inquadratura, diretto con passo spedito verso un ben noto - e odiato - studio di registrazione.

07.11.07(distretto71)

Veleno

Come gli adesivi che si staccano
Lascio che le cose ora succedano
Quante circostanze si riattivano
Fuori dai circuiti della volontà.

Come il vento gioca con la plastica
Vedo trasportata la mia dignità.

Oggi tradisco la stabilità
Senza attenuanti e nessuna pietà.
Oggi il mio passato mi ricorda che
Io non so sfuggirti senza fingere.

E che non posso sentirmi libero
Dalla tua corda, dal tuo patibolo.

E un’altra volta mi avvicinerò
Alla tua bocca mi avvicinerò
E un’altra volta mi avvelenerò
Del tuo veleno mi avvelenerò.

Come gli adesivi che si staccano
Come le cerniere che si incastrano
Come interruttori che non scattano
O caricatori che si inceppano

Io tradisco le ultime mie volontà.
Tutte le promesse ora si infrangono.

Penso ai tuoi crimini senza pietà
Contro la mia ingenua umanità.

Scelgo di dissolvermi dentro di te
Mentre tu saccheggi le mie lacrime.

E sarò cieco, forse libero
Solo nell’alba di un patibolo.
Dentro una storia senza più titolo
Scegliendo un ruolo senza credito
Strappando il fiore più carnivoro
Io cerco il fuoco e mi brucerò.

E un’altra volta mi avvicinerò
Alla tua bocca mi avvicinerò
E un’altra volta mi avvelenerò
Del tuo veleno mi avvelenerò

Stazione dei carabinieri piazza Carlina.
“Hai poco da fare lo spiritoso riccioletto, qui ne avete di cose da spiegare! E guarda che con me non si scherza mica. Tra poco arriveranno pure i pezzi grossi del Sismi, ma intanto ti abbiamo acchiappato noi e quindi vediamo di portarci avanti col lavoro”.
La manata sulla nuca è improvvisa. Boosta sbattuto di faccia contro il tavolo schizza sangue dal naso.
“Qui non sei in un intervista a videodelcazzoemmetivudelcazzo con le negrette troie che fanno i balletti. Al posto della gnocca col microfono a farti le domande c’è il qui presente Ernesto Lo Bue: il Chuck Norris di Bolzaneto, tanto per farti capire come gira. Che c’è? Non ti piaccio? Che c’è? Ti senti male?”.
“Mmmmfffgh”.
“Parla più forte, che non ti capisco. Anzi. quando parli con me vedi di  stare zitto!".
Un calcio sferrato con il tacco dell’anfibio al plesso fa ribaltare la sedia e il ragazzo di schiena.
“Dalla mattina alla sera, dalla mattina alla sera mi sono dovuto sucare per anni la vostra musica di merda perché a lei, a Desi, alla mia Desirè piacevate. E su le mani di qua e su le mani di là e signori paroloni che non si capisce che cazzo vogliono le vostre canzoni, e il mio digiei di qua e i colpo di pistola di là e andiamo a Sanremo ma non andiamo a Sanremo... E la mia Desi, ragazza per bene, remissiva, educata, silenziosa, dai sani principi, una a posto, una che ti devi sciacquare le orecchie mentre te ne parlo, che cazzo ti credi, la mia Desi, lei, vi ascoltava tutta emozionata. Una che schifava i marueccans, i comunisti borghesi col cane, e i negri, che escluso Trezegoal sono tutti spacciatori. La Desi, una a posto, una caritatevole, che mi andava in chiesa alla domenica...  insomma, quella giusta da farci fare figli... Per colpa vostra, e quindi - per ciò che riguarda noi qui presenti - per colpa tua, mio bel ricciolino del cazzo, si è fatta tutta strana. Non è più stata la stessa. Dopo che sono tornato da Genova si è fatta fredda, diversa, con tutte le cazzate che deve avere sentito dire, sulle repressioni, miiiii la sospensione del cazzo della democrazia, del cazzo di qua e del cazzo di là. Ha incominciato a farmi le menate, mi ha pure strappato le foto dal muro. Minchia che nervi. Avevo  scatti, dinamici, sfocati, un po’ stile daiard mentre ne neutralizzavo tre:  con il  manganello in faccia a uno facevo partire il calcio volante che fa a pezzi la mandibola dell’altro e poi al terzo, al terzo che piangeva in ginocchio, aprivo in due la fronte. Tre blecchi blocchi di merda, che poi la stampa comunista ha dichiarato che erano solo suore, ma lì - in mezzo nella guerra, nella merda più totale - non si fanno sconti, non si deve andare tanto per il sottile, quando sei in mezzo alla mischia devi sbranare per uscirne vivo, e tanto lo sai che queste merde sono tutti sovversivi, e che ne sai che chi cazzo c’è sotto un mantello, può esserci anche Batman che lì in mezzo a quella teppa puoi colpire nel mucchio e sai che non ti sbagli.
E anche quando, raccontando agli amici dei rischi affrontati durante la notte in quella scuola piena di zecche, armati solo con i manganelli mentre andavamo incontro all’ignoto nel girone infernale dei blecchi blocchi, facevo rivedere ai miei amici le mosse per  bastonare a sangue quelle piattole senza sporcarmi le mani… lo sentivo, lo sentivo che lei mi si faceva scura.
Desi, la mia Desi... ha smesso di credere in me: è cambiata, ha incominciato a dare retta a tutte le cazzate che dicevano e che vi siete messi anche voi a raccontare e pure a cantare. Miiiiinchia, Masini mica me li ha mai creati ‘sti problemi, e intanto prima di tutto sciacquati le orecchie quando parlo di un artista vero, che lui è un cantante con tutte le c maiuscole e col cazzo che dimentica le parole ai concerti come voi, merde di anarchicoinsurrezionisti spinellati marci che non siete altro. Beh, ti fa ridere?”.
Un calcio all’altezza delle reni.
“Vediamo piuttosto di parlare di questi caricatori che si inceppano…E che cazzo avete intenzione di combinare per questo cazzo di 23 Novembre del cazzo, eh? Dove li avete comprati i caricatori e  le armi eh? E soprattutto che cazzo ci hai da ridere??”.

08.11.07(Hal 9000)

Ora che molto è stato svelato incautamente, e seguaci ignari hanno ipotizzato le più inverosimili interpretazioni, io, Complice di Parole (non badate troppo alle identità: è un nome in codice, come tutti gli altri), vorrei raccontare, dal momento che non è più possibile evitarla, l’unica inequivocabile indiscutibile Verità sull’Eclissi.
La Verità.
Un tempo un manipolo di accoliti ne era a conoscenza, una legione di adepti la custodiva, una folla di associati la subodorava, una manciata di affiliati la fiutava, un plotone di  militanti la difendeva, una schiera di iniziati la mascherava e un mannello di proseliti la intrepretava (peraltro erroneamente), ma sono tutti morti.
I Procrastinatori dell’Eclissi, che si erano ritrovati per la prima volta, sotto la mia chiamata e direzione, il 23 Novembre 1957 a mezzogiorno in punto al Caffè Elena di Torino - molto tempo fa, dunque, come vedete - non vennero però sconfitti, ma immolarono le loro vite nella conquista di un delicato equilibrio, una fragile ma dinamica tensione che è perdurata sinora.
Solo, costituii allora la Centrale di Energia, il cui unico scopo era quello di evitare il più a lungo possibile e con ogni mezzo sapienziale, la rottura dell'equilibrio e quindi la successiva stagnazione, il conseguente avvelenamento e la susseguente glaciazione dopo un mastodontico incendio, che sarebbe terminata, infine, con la fucilazione dei superstiti del consorzio umano.
A difesa di una tale incombente calamità, avevo però bisogno di nuovi Eletti.
Attendevo un Segno.
È giunto.
In un cielo rosso di peccati non ancora compiuti ho rivisto la mia Missione stagliarsi all'orizzonte, nelle vesti di una macchina meccanica pronta a compiere il delitto finale.
In parole ispirate da un qualcuno o un qualcosa di superiore e alieno a questo mondo terreno ho ritrovato il Segno.
Insieme alle parole ho avuto i miei cavalieri: i nuovi Eletti, i cinque Prescelti.

Ora, siccome quasi tutto è stato detto, e quasi tutto erroneamente, vorrei riportarvi il breve testo che già allora scrissi pensando ai futuri e ignari Prescelti, scarabocchiandolo in segno di fratellanza e rispetto per coloro che avevano già dato le loro vite, a un tavolo del Caffè Elena, un giorno così lontano, ma al contempo così vicino, purtroppo, a una raccapricciante ricorrenza.
Eccolo.

“Carissimi, Vi ho qui riuniti perché devo comunicarvi cosa succederà quando avrete il doppio dei vostri attuali anni. Si oltrepasserà una soglia che dovrete difendere. Ci saranno nuovi programmi in vista. Programmazioni compatibili con il cambio di data. Saranno tutti falsamente pronti. Frementi. Saranno fermenti compatibili. Con che cosa? Con il crollo organizzato. Non ci sarà nessuna fine del mondo visibile. Sarà un crollo speciale. Gerarchizzato. Ci saranno cento piccole guerre ma la pace avanzerà. La tavola sarà apparecchiata in famiglia. Ci saranno nascite con nomi compatibili. Con che cosa? Con l’Italia, con il Mondo del post23 Novembre 2007. Ci sarà una Rivoluzione al potere, il villaggio globale limiterà i conflitti. Ci saranno Record su Record a ogni costo, in tavola arriveranno i pasti biotech. Sarà uno scenario speciale. Gerarchizzato. Il Papa non sarà più il capo assoluto. Un paese intero nella trincea molecolare delle emozioni, ognuno con un nome nuovo e la cyber depression. La terra si muoverà incrociando le placche nel Pacifico. Non sarà così semplice. La genetica proverà a salvare tutti quanti, inutilmente. Ci saranno protesi e medicine per mantenere eretta l’attenzione generale. Ma sarà un transito senza memoria sull’onda del progetto segreto. Il nuovo mondo sarà ricalcato sul vecchio quanto basta. Con un duro e quotidiano transito senza memoria. La tavola in famiglia verrà sparecchiata. I morti fermenteranno e si nascerà su internet. Chi instraderà queste nascite? Le instraderà la fretta con una frusta in mano. Un compressore speciale compatibile moltiplicherà il tempo dentro il tempo. Ci saranno dieci giorni dentro ogni singolo giorno. Cento governi dentro ogni singolo governo. Tutto il cinema dentro un solo film. La fantascienza dentro un libro antico. Tutta la velocità e tutta l’immobilità dentro un solo puntino rosso fuoco che comparirà ogni notte nel centro esatto di un cielo cancellato, prima che la notte finale ghiacci tutto. Chi osserverà questa notte? Coloro che ce l’avranno fatta. Quelli la guarderanno. Saranno tutti pronti attorno a una tavola apparecchiata con nuovi speciali programmi dentro i piatti, le gole arse e fluorescenti. Gli stomaci autodivinanti. Un traduttore simultaneo sottopelle condirà il crollo gerarchizzato in tutte le fami del mondo. La Terra si muoverà schioccando il palato nel Pacifico. Manterrà l’erezione collegata al cervello per comandare meglio. Sarà così semplice. Blandirà gli uomini lasciando loro conficcare la punta smussata dell’arbitrio nei meccanismi segreti dello scenario interiore. Ci saranno lettere morte e giocattoli. Cuori sparecchiati in società. Chi si sazierà della desolazione? Ognuno avrà modo di credere di comandare il proprio destino con una frusta giocattolo a punta biforcuta. Quell’anno, quel mese e quel giorno la verità arriverà dalle stelle. Quell’anno, quel mese e quel giorno il pianeta non ci basterà più. L’universo piatto noi lo sfrutteremo come una lapide di marmo. Ogni uomo conterrà in sé tutti gli uomini che non ce l’hanno fatta. Li riscatterà sull’onda del progetto di una felicità assoluta. Qualcuno avrà ancora fiducia nel futuro e le salive e i microchip saranno legati insieme con foglie di vite aromatizzata. Ci sarà una perfezione capillare sotto la volta del cielo. Ma dentro un solo puntino rosso fuoco che comparirà ogni notte nel centro esatto di un cielo cancellato transiteranno con il loro carico di perfezione non fruita i poveri corpi di tutti gli uomini del futuro. Saranno senza memoria. Avranno un sorriso compatibile, per la gloria chirurgico estetica di un universo domato. Da chi? Dalle forze del ghiaccio e del fuoco, se voi cinque non saprete difenderlo. E adesso al lavoro”.

La parte finta della storia, la Copertura, la conoscete.
Ma nei quattordici titoli che presto (e, forse, troppo tardi) ascolterete da un compact disc di un gruppo musicale, è stato rivelato tutto.
Ci vogliono soltanto gli strumenti di lettura corretti.
Ve li ho dati.
Ve ne darò ancora.

09.11.07(Complica di Parole)

La cascata di capelli biondi ramati di lei frusta la federa del cuscino, mentre il suo corpo sudato si flette in un ultimo spasmo, la schiena inarcata in un sinuoso disegno di nervi e tendini, di movimenti veloci e trattenuti insieme. Gemiti. Le unghie graffiate di borgogna a poco a poco lasciano la presa delle lenzuola.
Lui si muove attraverso il letto e le si affianca, osservandone l'armonia delle curve, docili come una collina distesa, la pelle pare scossa da una esplosione sottocutanea nel tatuaggio di un drago che le corre dalla base della colonna vertebrale sino alla spalla e sembra doversi animare da un momento all'altro. Pensa al vezzo di una bambina ricca.
Lei si scosta, il corpo e il drago scossi da un ultimo sussulto, e raccoglie da terra un paio di pantaloni di pelle color sangue secco da cui estrae un pacchetto spiegazzato di Lucky senza filtro. Un vago odore di benzina aleggia per un istante nell'aria.
Si alza, va in bagno e, appoggiandosi con entrambe le mani al lavandino di ceramica, si guarda allo specchio. Si morde il labbro quando si vede sorridere. Di colpo gli appare un'altra immagine. I lampeggianti rossi e blu riprendono a girare nel bagliore delle lampade ad arco che illuminano i finestrini di un'auto sporca di sangue secco. Apre il piccolo armadietto di plastica nera accanto allo specchio e ne estrae un tubicino di pasticche di tranquillanti. Ne prende una manciata e le ingolla con un sorso d'acqua. Si passa le mani ancora bagnate sul viso, cercando di scuotersi quell'incubo di dosso.
La superficie del letto gli appare riflessa nello specchiò. Ricorda. Un'ondata improvvisa di nausea e mentalmente schiaccia l'acceleratore della tempesta di pasticche che ha appena assunto. I calmanti entrano a poco a poco in circolo, dandogli una nuova, malferma energia, e i segni dell'ansia si affievoliscono. Torna nel letto. Le braccia di lui la circondano. L'odore della sua pelle l'avvolge. Si chiede se varebbe la pena di uccidere per lui. Fuori è quasi mattina. Sullo specchio del bagno si compongono parole.

09.11.07(distretto71)

Canenero

Se ho paura a sentire il silenzio
Se non riesco a raschiare il ricordo
Quella voce scura dentro me
È una porta chiusa dentro me.

Quella porta è un dolore lontano
Che nessuno doveva vedere
Quando quelle mani su di me
Quella bocca scura su di me.

Se ho paura a sentire il silenzio
Se non riesco a tagliare il ricordo
Quella voce scura dentro me
È una porta chiusa dentro me.

Quella porta è un dolore bambino
Che nessuno voleva ascoltare
Forse non capivo quello che
Non osavo chiedere il perché.

È di nuovo qua
So cosa farà
Quelle mani su di me
Fiato sporco su di me.

Dice è come un gioco
Dice che è per poco
Che non fa così male
E non si può scappare
Che non si può scappare

Cane nero ritorna nel sonno
Devo urlare per prendere fiato
Quelle mani scure su di me
Quella bocca sporca su di me.

Quante volte gridando nel sonno
Per strapparmi di dosso il ricordo
Quella porta chiusa intorno a me
Quella voce chiusa dentro me.

Quante volte ho gridato nel sonno
Per sentirmi di nuovo al sicuro
Quella porta chiusa intorno a me
Quella voce scura dentro me.

Se ho paura a sentire il silenzio
Se non riesco a raschiare il ricordo
Quella porta chiusa intorno a me
È una porta chiusa dentro me.

Quella porta è un dolore bambino
Che nessuno voleva vedere
Mentre non capivo quello che
Non osavo chiedere il perché.

Dice è come un gioco
Dice che è per poco
Non posso raccontare
E non si può scappare
Qui non si può scappare

Tokio. Quasi giorno. L'uomo si avvicina alla finestra. Uno spettrale bagliore color ambra filtra attraversa uno zenit sudicio. In lontananza le torri di distillazione mischiano il loro fumo al rosa grigiastro dell'orizzonte. Agli angoli della città, uomini e donne, piccoli atomi posseduti da un'energia urlante e furibonda, si agitano frenetici nell'ansia di un risveglio di una città che non dorme mai.
Mancano pochi minuti all'apertura dei mercati finanziari. Per l'uomo è un lunedì come tanti altri lunedì.
La Borsa di New York apre le contrattazioni in forte ribasso. Immediatamente entrano in azione i computer delle società finanziarie: i programmi predisposti automaticamente alla vendita di titoli in caso di forti perdite danno inizio a transazioni che divengono sempre più frenetiche e tempestose. Sono passati solo 3 minuti dall'apertura: la caduta di Wall Street è superiore al 50% e oltre 1.000 miliardi di nuovi yen sono andati in fumo. La Mizuho Corporate Bank, Ltd., la maggiore banca del pianeta in termini patrimoniali, con la sua rete on line di terza generazione e carte di credito a microprocessore collegabili in tempo reale a sistemi neurali è sull'orlo del collasso.
Negli uffici gli occhi di tutti sono fissi sul continuo fluttuare dei numeri sugli schermi al plasma appesi alle pareti e presenti a gruppi di quattro sulle scrivanie. L'uomo li fissa, imperturbabile. Improvvisamente, il vorticare dei caratteri kanji a indicare vendite, fusioni e incorporazioni automatiche sfuoca e si schianta in un panoptico vorticare di insetti che si rincorrono, inseguono, incalzano.  Istantaneo, il rumorio delle stampanti, fogli che si cumulano a decine, centinaia, migliaia, cadono dai vassoi di raccolta, ricoprono i pavimenti.
Ne raccoglie uno da terra.

12.11.07(distretto71)

Alta voracità

Battiamo il nostro tempo ad alta voracità.
Surriscaldiamo il piatto, tanto poi si vedrà.

La luce dello schermo è come un parabrezza
Lanciato verso il miele della celebrità.
Guarda gli insetti che volteggiano nel nulla
Schiacciarsi contro i sogni e in tutto ciò che resta
Di un sacrificio collettivo della testa.

Guarda gli dèi della finanza fare festa
Al nuovo illusionista mente diabolica
Trasforma le sue quote in salsa di nuvole
Avvelenando un cielo sempre più fragile
Per poi crollare a terra senza più favole.

Senza domani adesso
Non ci riesco.

Emanciparsi dalle favole non basta
Lei scioglie i sentimenti in acido di realtà
Lo specchio rotto del futuro è ciò che resta
Contatti a termine secondo necessità
Offre le labbra a un altro rospo poi si vedrà.

Maschile singolare, principe di festa
Iniziazione presso Mamma DMA
Piacere, siamo tutti esperti di chimica
Non disperdiamoci in eccessi di umanità
Fammi leccare la tua pelle di bambola.

“Qui volante uno. Lo abbiamo, l’abbiamo tirato giù dalla consolle…. Sì, Lo mele ha preso un gin tonic in testa e una caraffa di margarita negli occhi, Scarpetta è tutto strappato e pieno di graffi, che quando le tipe nel locale hanno visto acciuffare e  ammanettare il cantante dei Subsonica si sono lanciate all’assalto. Sì, sì abbiamo rischiato il linciaggio, ho anche  dovuto sparare in aria tra le urla di gioia dei calati, vedessi che gente… Come?…L’altro? Chi... Pisticchi, Pistoli, o come cazz.. no, per quello non avevamo disposizioni, è ancora lì con le cuffie e l’occhio pallato, è attaccato al mixer e mica si è accorto di niente. Questo invece è una belva, continua a scalciare urlando che stava aspettando da tutta la sera di mettere su il vinile dell’ultima produzione di cragatoca, cracotaga o come minchia si chiama e in effetti l’abbiamo acciuffato distratto che stava abbassando la puntina. Poi però ha menato botte da tutte le parti, mi sa che è un recidivo.
No no, tranquillo non lo portiamo in via Giulia di Barolo, lo so lo so che lì sono troppo teneri e che il comandante ha conoscenze in zona anche tra i musicisti. Lo ficchiamo dritto nella “nostra” guantanamo, che tanto qualche giorno di vantaggio su quelli del Sismi ce l’abbiamo e la Digos non sa ancora nulla dei fermi. Nessuno sa niente, nessuno deve sapere niente. Tanto stasera nel locale erano tutti talmente gonfi che la faremo passare per un’allucinazione collettiva. Il vocalist continuava a scandire: cervello-cervello vaf-fan-culo-, fai un po’  tu".
Mezz’ora più tardi in uno stanzone al neon, apparentemente insonorizzato e quasi certamente sotterraneo, Samuel sta trafficando con due dita in bocca come per verificare la tenuta di un molare. La camicia chiara a righe verticali è macchiata di sangue. Rumore di porta. Due uomini in borghese. Dal pavimento sale odore di disinfettante.
“Tanto per capire: io sono il poliziotto buono e lui è quello che ha appena ripassato il tuo amico, il quale per ora sembra prenderla un po’ sciamanica , ma sappiamo bene che presto ce la canterà meglio che al festivalbar”.
“Voglio un avvocato”.
“Certo certo, te ne presento uno io: si chiama Massimo, lo conosci? Massimo della pena! Forse non hai ancora capito dove ti trovi, e nemmeno come ne puoi uscire. Facciamo così: tu ci spieghi perché diventiamo coglioni a capire come avete fatto a fare scorrere messaggi in ogni sistema tecnologico dagli schermi dei bancomat  alle trasmissioni porno che guardo di notte, e soprattutto che cosa cazzo avete intenzione di combinare il 23 Novembre. Poi, se non ti fa schifo, ci dici anche chi vi finanzia e chi sono i vostri complici! Perché fino a oggi per noi eravate solo un gruppetto di filo sovversivi techno-pacifisti , e chiudevamo un occhio, anche perché facendo servizio ai vostri concerti sbirciavamo un po’ di figa, ma ora la faccenda è più grave. Si parla di esplosioni, rottami, armi. Avete mandato in tilt tutti i sistemi di comunicazione esistenti e quindi se per caso ti andrebbe anche solo di regalarci un’espressione più partecipe eviteremmo di fare scomodare lui, quello seduto là in fondo... Ernesto! Eccolo lì! Fai ciao Ernesto! Quello è capace di torturare pischelli strafottenti come te molto più crudelmente di come massacra i congiuntivi. E, tanto per capirci, nessuno sa che sei qui, questo posto non esiste. Allora che cosa ci racconti?
“Senti un po’ commissario rex, io ho finito di registrare un signor disco un mese fa, e se a te e al tuo bud spencer della minchia piace, bene, se no non è un problema mio. Non ho fatto nemmeno in tempo a sapere della data di uscita. Perché mi sono iscritto al guinnes dei primati per battere un record di permanenza in consolle. Mi sono ficcato in quel locale per un mese e non ne sono più uscito… e stavamo anche per farcela quando quei quatto sfigati con divisa e cappello con una delicatezza da cavalieri dell’apocalisse sono venuti a rompermi i coglioni. A questo punto sono talmente stanco che potete menarmi quanto vi pare, fatemi solo capire dove cazzo sono finite le mie cuffie”.

14.11.07(Hal 9000)

Nel parcheggio la macchina sembra il giocattolo di un bambino, usato e poi buttato in un angolo lontano. Lei tiene gli occhi fissi sul grande sole giallo che sta nascendo dietro una lunga linea scura di alberi in lontananza, il vestito stracciato, tirato su sino in vita, le gambe ordinate secondo una geometria diversa da quella normale. Un rivolo di sangue le esce dalla bocca e, attraversando la parte superiore del collo frastagliata dai lividi, le arriva all'altezza del seno. Lui la guarda ancora una volta e poi si volta, roteando i piedi su di una lettiera di foglie morte, mozziconi di sigarette e preservativi usati. Il vento continuava a battere lo spiazzo. Al di là della rete perimetrale, nell'erba incolta, una fila di lampioni stradali demarca in distanza il perimetro del piazzale di cemento.
Fa un passo: invece del rumore di vetri rotti e marciume che si aspetta sente solo un silenzio senza direzioni. Un improvviso e violento lampeggiare sulla retina lo rovescia a terra. Le braccia gli cadono lungo i fianchi, la memoria piatta, sparita, senza direzioni, come rincattucciata in un angolo. Al mondo si sostituisce un immenso luogo di tenebra, illuminato da lontane immagini postume: giornate felici, tenerezze, calore. Vomita. Si appoggia al paraurti anteriore. Avverte delle auto fermarsi. Intorno a lui, inizia la recita di quello che sembra un mantra.

15.11.07(distretto71)

Nei nostri luoghi

Le serrande chiuse dal tempo e noi
Nei tuoi occhi i gesti nascosti e poi.

Rami secchi e dietro i cancelli noi
L’innocenza è chiudere gli occhi e poi.

Dammi un po’ di te
La parte più dolce
Prendi un po’ di me
Respira più forte.

Facevamo un gioco da grandi noi.
Giocavamo a prendere il vento e poi.

Forse non lo sai che quei giorni non tornano più
Tornerà a cercarti ancora lì
Mentre insegui sogni che oggi non bastano più
Nei nostri luoghi e nei ricordi.

Quei segreti chiusi d’inverno e poi
Le paure, il tempo là fuori e noi.

Che viviamo un giorno da grandi noi.
Sapevamo prendere il vento e poi.

Forse non lo sai che quei giorni non tornano più
(Nei nostri luoghi e nei ricordi)
Mentre incolli quelle immagini
(Nei nostri luoghi e nei ricordi)
Mentre cerchi sogni che oggi non bastano più
(Nei nostri luoghi e nei ricordi)
Nei nostri luoghi e nei ricordi
(Nei nostri luoghi e nei ricordi).

New York, interno di un taxi . Una ragazza, una volta bella, mette le mani nelle tasche in cerca di un po’ di calore, in contrasto con il guidatore, in maniche corte. Ha una foto nella mano. La ragazza vede in lontananza l'uomo di cui possiede l'immagine. Solo più quella.
- Si fermi.
Il taxi si ferma di fronte a Penn Station. Scende. Lo segue. Segue lui. Circondata dalle solite comunicazioni di servizio, avvolta da una fiumana di gente che si muove in fretta, l'agilità data dall'abitudine, la disattenzione fornita dalla solitudine. Lui si ferma. Lei si ferma. Lui si avvicina alla linea dei binari. La ragazza continua a seguirlo. Sono alla piattaforma.
Lo fissa.
Urla: - Bastardo.
L'uomo si blocca, si volta e la guarda, incredulo.
Di nuovo: - Bastardo.
Lui è attonito. Tutti guardano. Lei apre la borsa estraendo una pistola ma questa si impiglia nel manico e cade.
Lui urla: - Sei pazza.
Improvviso, un rombo, un frullio, come se un miliardo di uccelli stessero per invadere la stazione. Lei si ferma. Lui si ferma. I passanti si fermano. Gli occhi rivolti verso un rumore che pare arrivare da ogni parte. Ognuno fissa un punto diverso, riconosce un'origine diversa. Poi gli sguardi di tutti si volgono verso i tabelloni sospesi: le tessere roteano vorticosamente, come scosse dalla forza di abitatori di altri mondi. Improvvise, si  compongono parole.

16.11.07(distretto71)

Piombo

Chiazze di sangue, giornate di sole
Le dita sull’asfalto, l’arma già scarica.
Giovane vita in un gesso sottile
Tutto finisce, in terra resta una sagoma.

Fanti e pedine, scacchiere di morte
La merce nel sistema è l’unica regola
Rischiare tutto e non essere niente
Nel male scuro che travolge ogni pietà.

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno
Quando il futuro è solo piombo su queste città
Sotto una cupola che sembra la normalità.
L’aria è più pesante che mai e brucia tanto che manca l’ossigeno
Troppi silenzi in quel cemento che già sanguina
Troppe speranze nel mirino che ora luccica.

Se un sogno non raggiunge neanche il mattino
Se le illusioni sono scorie di umanità
Come fare a coniugare un verbo al futuro
Quando il futuro è solo appalto di tenebra.

Dentro una terra di sole e veleni
C’è un paradiso infestato dai demoni
Spettri temuti con nomi e cognomi
Che tremano solo di fronte alla verità
Quella del coraggio di chi sfida l’oscurità,
Quella di chi scrive denunciando la sua realtà,
Le anime striscianti che proteggono l’incubo
Sotto la scorta di un domani che scotterà.

Il conduttore puntinato entrò in scena dalla destra dello schermo, avvicinandosi al centro dello studio bianco. Camminò a passi decisi ma corti, con le braccia strette al corpo, guardando a terra. Mondovisione: centinaia di milioni di spettatori, consacrazione e futuro insieme. L'anomalia, così la chiamavano, era sulla bocca di tutti. Pensò alle decine, centinaia di trasmissioni in cui aveva dovuto lottare con l'auditel, contendendo gli spettatori uno a uno a quei saputelli del cazzo delle altre reti. Pensò che il mondo quella sera era invece dove doveva essere: di fronte a lui.
La telecamera lo inquadrò in primo piano: la fissò calmo, lo sguardo dritto.
Una pausa studiata prima di iniziare.
Telecamera.
Obiettivo.
Fama.

- Qualcosa sta succedendo. È evidente. Ed è forse l'unica cosa realmente chiara di quello che ci stiamo abituando a chiamare "l'anomalia". Sono ormai a dozzine le segnalazioni provenienti da tutto il mondo: nelle situazioni più varie, in uffici, abitazioni privati, luoghi pubblici appaiono, improvvisamente, parole, impreviste, forse pericolose: e sono parole nella nostra lingua. I testi di un gruppo musicale, i Subsonica, al momento sotto stretta osservazione da parte delle forze dell'ordine per la possibilità che l'anomalia celi un attacco alle istituzione e all'ordine, stanno letteralmente invadendoci. Cosa si cela dietro tutto ciò? I Subsonica: profeti o terroristi?Al riguardo abbiamo invitato qui stasera il noto esperto professor Ezio Albrile, che sostiene che  il nuovo disco dei Subsonica non sia altro che una apocalisse gnostica, un testo sacro che proclami la venuta dei tempi ultimi. .
La telecamera staccò, inquadrando l'ospite.
- Albrile, ci faccia capire. A cosa siamo di fronte?
- Nodi lunari.
-. Nodi lunari?
- Sì, gli antichi immaginavano l’illusoria linea, che si snoda nei punti in cui orbita lunare e orbita terreste si congiungono, nelle fattezze di un gigantesco serpente. Di volta in volta questo rettile celeste si cibava del Sole o della Luna, generando le relative eclissi…
- E questo che significa?
- Significa che sotto l’apparenza della “Groova”, come la chiamano loro, si cela una verità arcana. Il veleno, è ovvio, è quello del serpente celeste, le sue ali scure come la caligine che ricoprirà il mondo, come “le ceneri di un tempo che dovrà finire”. La glaciazione…
- Si riferisce ai testi delle canzoni?
- Certo, sovente queste sette apocalittiche si nascondono sotto le fattezze più impensate: solo i più credono ancora che l’esoterismo sia un assurdo assemblaggio di parafernalia magici, di candele e talismani, di filtri e parrucche, un “indotto esoterico” come lo chiamo io, buono solo per le televendite notturne. In realtà il sacro, il sentire gnostico, parla ovunque, dalla letteratura, all’arte, la poesia, sino alle note di quest’ultimo disco.  Dicevo, il serpente celeste non solo provoca l’eclissi, ma scatenerà la conflagrazione finale, la grande ekpyrosis come la chiamavano gli antichi. Le allusioni sono tante:  ci sarà l’ordalia del fuoco: il piombo, il metallo fuso invaderà il mondo, i cattivi lo percepiranno come un tormento infuocato mentre per i buoni sarà come fare un bagno nel latte fresco…
- I Subsonica una setta apocalittica? Mi pare lei vada oltre il segno, mi sembrano solo cinque scavezzacollo che strimpellano canzoncine inascoltabili…
- No, non è così, ogni canzone ha un ruolo codificato in un mosaico apocalittico. Prenda Ali scure, quelle del serpente cosmico s’è detto, nello stesso brano si parla del vociare delle sirene. Ebbene anche questi esseri mitologici erano alati…
- Ma non erano metà donne e metà pesci?
- Assolutamente no! queste fantastiche creature in origine erano le “splendenti”, le “rilucenti”, che sorvegliavano l’accesso alle terre spirituali, al continente invisibile sito al di là dell’universo fenomenico. Siccome qualcuno a volte non ritornava indenne dal viaggio in questa realtà parallela, il mito le ha condannate:  le ha mutate in demoni  psico-erotici che conducono l’uomo verso la dissoluzione : le luminose Sirene sono quindi diventate delle tenebrose Lilit!
- Guardi che forse si tratta delle sirene della polizia, e loro ne sanno qualcosa… [risata in tono sarcastico].
- Questi Subsonica vegliano, come le Sirene del mito, una realtà separata. Prenda quell’altra canzone Cane nero: l’animale torna continuamente nel sonno. È il presagio della fine. Nell’apocalittica nordica  è il “canenero” Fenris che si mangia il dio Odino…
- Si mangia Odino?
- Le saghe nordiche parlano di una grande eclissi di Sole che preannucia il Ragnarök, il “crepuscolo degli dèi”, il tempo in cui liberato il malvagio dio Loki, il caos prevarrà. Thor ucciderà il serpente Midgard, ma dopo nove passi crollerà a terra avvelenato dal veleno del serpente. Alla fine il dio degli inizi, Heimdallr, ucciderà Loki, il Sole diventerà nero, spariranno le stelle, la terra sprofonderà in un mare glaciale… Ne converrà con me che è la trama, abbastanza palese, del disco dei Subsonica…
- Le sue sono associazioni linguistiche casuali…
- Prenda un altro brano Tutto il tempo che resterà: sembra una vera e propria apocalisse gnostica. Gli Gnostici erano dei personaggi che nel mondo antico avevano cercato di dare una risposta ai problemi della salvezza, di liberare l’uomo nell’attesa del tempo finale che sarebbe arrivato di lì a poco. La “gnosi”, dal greco “conoscenza”, era un sistema in cui confluivano le più variegate tradizioni religiose, inclini a dimostrare un unico assunto: la “caduta” l’imprigionamento nel nostro mondo di una scintilla luminosa che l’uomo può riconoscere e ritrovare in se stesso. È “la stella che si spegne” poiché  “la sua luce viaggia con me” come recita la canzone. La luce infatti è racchiusa come “un tesoro segreto/ negli abissi dell’anima”. Una terminologia che ritroviamo speculare in tanti testi gnostici…

 

Il professore continuò su questo registro per un po’, citando improbabili apocalissi iraniche, maya e babilonesi, la Quarta Egloga di Virgilio e testi mai uditi quali l’ “Oracolo del Vasaio” o la “Teosofia di Tubinga”. Tutta questa erudizione spazientì l’uditorio, abituato alle precise e granguignolesche ricostruzioni dei delitti del giorno o ai (finti) litigi in diretta di qualche cruento “reality”. La parola passò agli altri ospiti della serata. Un sedicente antropologo sentenziò che i Subsonica altro non erano che una particolare genia di rettili provenienti dal centro della terra. Un altro, forse un politologo, espose una curiosa teoria secondo la quale gli stessi sarebbero stati dei cloni, sorta di esseri transgenici creati da una multinazionale per promuovere un nuovo tipo di cereali al cioccolato (transgenico). Una sorta di complotto occulto che li vedeva subliminali promotori di prodotti per la prima colazione…

- Il complotto esiste, ma non ha nulla a che fare con la colazione del mattino, intervenne il professore.
- Che intende dire?
- Mi riferisco al trame oscure che emergono dalle canzoni. Prenda, ad esempio, il testo di Piombo: è il classico linguaggio rovesciato degli adoratori dei daeva, i demoni dell’antica Persia, degli alchimisti che si sono venduti alle tenebre. È il “paradiso infestato dai demoni” di cui parlano le apocalissi persiane: all’inizio il dio della luce Ohrmazd crea un mondo perfetto, paradisiaco, racchiuso in una serie di sfere celesti immobili e immacolate. Geloso, il principe delle tenebre, Ahriman, perfora la volta celeste contaminando la creazione. Per suturare il foro prodotto, le sfere celesti si mettono in movimento, nasce così il tempo, il paradiso s’è mutato in un inferno abitato dalle “anime striscianti che proteggono l’incubo”.
- Ma che interesse ci sarebbe in questo doppio linguaggio?
- È ovvio. Come accennavo, i Subsonica sono la propaggine visibile, manifesta, di un grande complotto plutocratico, giudaico-massonico-comunista-gastronomico e quant’altro. Una setta, il cui “polo” o centro occulto è in un mitico continente invisibile, li utilizzerebbe per proclamare l’imminenza della fine. Ovvero, in altre parole, per accelerare i tempi ultimi. L’idea magica che sta dietro a tutto questo intreccio è che il pensiero è creatore: modificando la mente si muta la realtà, instillando nei fan l’attesa dell’apocalisse si generano nel mondo i segni dell’imminente fine. Nella canzone che allude allo stagno di fuoco dell’apocalisse si parla proprio di questo. È “lo stagno pronto a specchiarmi/ è un abisso per me/ che ricambia lo sguardo/ che mi parla di te.”.  I versi richiamano proprio questo processo di “riflessione” che avviene nella mente di chi ascolta la canzone, una sorta di condizionamento psichico che porta a credere nella realtà delle parole…
- A dire il vero i segni della fine sono generati dagli stessi uomini che maltrattano questo pianeta…
- È una conseguenza magica.
- E vabbè… Un'altra incongruenza è che non si capisce come i Subsonica accederebbero a questo continente invisibile…
- È semplice, attraverso tecniche di estasi sciamanica indotte da sostanze psicotrope. Il testo di Alta voracità descrive proprio questa prassi magica: si parla infatti di una “Iniziazione presso Mamma DMA”. È il tipico linguaggio rovesciato e codificato di cui parlavo prima. È la via iniziatica verso l’abisso glifata in M(amma)DMA, cioè la sigla di un potentissimo succedaneo lisergico che i nostri utilizzano nei loro viaggi  psicocosmici…
- Mi sembrano tutte scuse per sballarsi…
- No, è tutt’altra cosa: in quello stato di beatitudine aurorale, gli “adepti della Groova” accedono in continente misterioso che i saggi dei tempi passati hanno chiamato con molti nomi: Aggartha, Shambala, Shangri-la, Tempio del Graal, etc..; è la terra mentale nel cui centro abita il “Re del Mondo” che i  Subsonica con linguaggio segreto chiamano “Complice di Parole”, l’Artefice da cui tutto è cominciato e in cui tutto ritornerà.

Il professore gesticolò, quasi volesse evocare plasticamente questo mitico personaggio; nel suo affabulare un fascino e un timore reverenziali.

- Alla fine dei tempi da questo polo occulto il “Complice di Parole” manifesterà il suo vero sembiante portando scompiglio ovunque. 
- È una specie di “messianismo subsonico” quello che lei, per sommi capi, ci sta esponendo. Un’idea che a dir poco mi lascia perplesso.
- Certo, lei e tutti gli altri esseri umani credete solo in quello che vedete. Il progetto ultimo infatti sarebbe quello di ospitare tutti i puri e i giusti su una sorta di “autobus galattico”, su di un Corpo Celeste come lo è una cometa (“io e te siamo comete instabili”, recita il testo). Uno scritto apocalittico buddhista, il Kalacakratantra, il “Tantra della ruota del tempo”, descrive le comete come un sacello per le anime in viaggio nelle terre celesti. Inoltre quest’idea è alla base  di un piccolo gioiello di Colin Wilson “Vampiri dello Spazio”. Il romanzo è un reale compendio di dottrina gnostica. Ci sono i demoni planetari vampireschi passeggeri della Cometa di  Halley e un “eletto” che si immola unendosi con la grande demonessa (che è pure bona…). Egli è immune alle  mutazioni vampiriche, mentre il resto dell’umanità e concepita solo quale “cibo” per questi demoni. Questo personaggio, in cui è facile scorgere i tratti del “Complice di parole”, rappresenta l’anelito verso la liberazione. L’amplesso finale con la grande demonessa, per paradosso descrive quindi il compimento della salvezza individuale del protagonista, riunito diabolicamente alla compagna…
- Mi scusi, il conduttore tolse la parola al professore, il tempo a nostra disposizione è ormai terminato… Ci può dire,  alla fine, le sue conclusioni?
- Per i Subsonica il mondo è un simulacro, un alibi in cui mettere in scena l’attesa e il racconto dei tempi ultimi. Poiché la fine altro non è che un nuovo inizio.

18.11.07(Ezio Albrile)

Marciapiede, fronte stazione carabinieri di via Giulia di Barolo. Ninja e Max, felpa, cappuccio e occhiali da sole, indugiano davanti al campanello .
- Max... sei davvero convinto che sia la mossa giusta?
- Non so, Ninja. Temo però che quei due siano davvero nei casini. E forse non solo loro due... Ivan era storto forte di vodka lemon, ma se dice che ha visto trascinare via Samuel dal locale gli credo. E anche Boosta... è sparito da troppo tempo!
- Sì, e c'è intorno un merdone tale... i testi circuitati ovunque, e non si capisce come, tutti gli schizzati del mondo ad agitarsi dietro questa cosa, io, solo perché sono ingegnere informatico, sto finendo pure per essere il sospettato numero uno. Qui ci ingabbiano!
- Tanto, se vogliono ci ingabbiano comunque. Ai Muri è andata bene che sia scoppiata una mezza rivolta contro i limiti per la somministrazione notturna di alcolici, e che quattro auto dei vigili finite nel fiume abbiano fatto passare agli sbirri la voglia di scendere giù. Però non possiamo stare rintanati da Giancarlo per tutta la vita. Il tipo che comanda qui lo conosco: è sardo, gli piacciono i Sikitikis, abbiamo fatto qualche chiacchiera al bar insieme... insomma, mi sembra uno piuttosto a posto.

Mezz’ora dopo: il comandante in piedi dietro alla scrivania di fronte ai due seduti.
- Dunque voi dite di non sapere nulla di attentati progettati in data 23 novembre, studiati per apparire come una vera apocalisse, calibrati per seminare il panico, il caos. Perché invece è questo che le alte sfere credono stia succedendo: c’è la convinzione diffusa che voi, proprio voi, i Subsonica, apparteniate a una qualche cellula insurrezionalista vicina a compiere il cosiddetto “salto di qualità”, che siate in contatto con hackers di ultima generazione e chissà con quali altre “bestie nere”.
- Ma per carità, non crederà davvero a tutte queste sciocchezze?, sbotta Ninja. Poi si ricompone.
- Abbiamo fatto solo un album di canzoni, qualche anticipazione su MySpace e un po' di attività promozionale in rete. Noi non sappiamo proprio che cosa stia succedendo, né perché questi testi stiano girando ovunque. E poi, in fin dei conti, sono solo testi di canzoni!
 - Voi dite così, ma in effetti, a ben guardare, questi testi paiono un po’ equivoci: le ali scure, le bombe... ecco, per esempio: di cosa parla quest'accidenti di canzone?
- Di guerra: è un bombardamento vissuto da sotto, come se ci si trovasse davvero in quella situazione, perché è poi quello che succede veramente...
- Ah! Ma... e la base? Com’è, la base, ditemi, ditemi...
- Minimale, cassa dritta, inserti di chitarre e batterie distorte... una cosa così.
- Mmm, vabbè, non distraetemi: qui la situazione è cruciale e c’è poco da divagare!
- Ma serve per capire: guardi, Veleno è il classico rapporto passionale, che come sempre funziona solo se c’è qualche elemento destabilizzante, La glaciazione è una metafora del nostro tempo, sazio e mediocre, Piombo è dedicata a Roberto Saviano e al suo libro di denuncia sul sistema camorristico imprenditoriale, Canenero parla di abusi minorili consumati tra le pareti domestiche, Stagno delle pene e dei malumori esistenziali di un Narciso contemporaneo, Alta Voracità è un semplice gioco di parole, sulla mancanza di percezione del futuro nel nostro tempo…
- Va bene, va bene! Ho capito! Voi non c’entrate nulla, e lo dico perché l’ho sempre pensato. Purtroppo, però, dalle nostre parti c’è chi vorrebbe usarvi per forzare la mano, non so se capite: imporre un giro di vite, un atteggiamento più aggressivo, un maggiore controllo. Totale, diciamo. A qualcuno non è andata giù la storia dei Murazzi e della rivolta, e poi ci sono sempre beghe in sospeso con centri occupati e via dicendo. Anche sulla questione degli immigrati nordafricani ci sono manganelli, e non pochi, che prudono. Temo che i vostri amici siano finiti in un qualche scantinato, diciamo semi-ufficiale, per essere torchiati a dovere, nel tentativo di estorcere qualche dichiarazione, seppur falsa, ma comunque compromettente. Se i Subsonica venissero ufficialmente indagati per terrorismo, qualcuno, in certi ambienti, gioirebbe, e subito dopo - state certi - partirebbero non poche azioni per chiudere locali, circoli... Una bella pulizia, capite? Di sicuro, posso dirvi che il vostro bassista è stato fermato in val di Susa da una pattuglia. E pare che abbia reagito male, tirando una testata all’appuntato che nel restituirgli i documenti gli aveva detto: “Hei, Mastrolindo, guarda che c'hai la patente scaduta”. Mi sa che se lo ripassano un po’, ma poi lo dovrebbero rilasciare. Faremo bene a preoccuparci di più per gli altri due colleghi, se ho capito bene in che mani sono finiti. E quindi facciamo che vi trattengo qui: è più sicuro! Vi faccio preparare un paio di brandine e vi metto sotto chiave. E staremo a vedere.
- Capito, Ninja? Ci aspettano lunghi pomeriggi di Sudoku.

20.11.07(Hal 9000)

L'uomo spegne il televisore e torna alla scrivania. Si accomoda al tavolo, accende una sigaretta e ne soffia lontano il fumo. Guarda fuori dalla finestra, verso il fiume scuro: quell'uomo sapeva la verità. L'ha compresa, probabilmente, ma ne ha capito il senso: e l'ha difesa. La verità è salva, la finalità ultima vivrà. L'Apocalisse: anni passati, giorno dopo giorno, a scavarne il percorso, a crearne le condizioni, a ribattere al Fato. Anni di cui lui è l'unica vera memoria. La sua faccia si riflette su uno schermo sul quale spiccano queste parole: "Glossario Cronologico di un’Apocalisse Sventata – Fasi I e II". Le rilegge per l'ennesima volta.Un passato che sta per finire. Ora ne è certo.

Come Se
Il primo ribelle viene identificato e catturato in una notte autunnale di dieci anni fa. Sottoposto segretamente alla ferocia dei torturatori, non parla, ma torna in cella ogni notte, sfinito nel proprio silenzio.

Istantanee
Dopo una lunga e faticosa detenzione, viene infine rilasciato per insufficienza di prove e, in un mattino invernale di dieci anni fa, scaraventato sul marciapiede, disprezzato e dileggiato dai funzionari addetti alla sicurezza dell’ordine costituito della vita. Non parlerà con nessuno per un mese intero: non gli par vero di non essere stato riconosciuto. 

Non Identificato
Non è un ribelle, infatti. È il teorico e fondatore dell’Ordine, è un Illuminato e conosce per diritto di nascita il destino della Terra, vale a dire l’Eclissi planetaria e la successiva Glaciazione. Sa che questo destino si può combattere a patto di scegliere i giusti compagni d’arme.
L’intera operazione ha nome in codice “Subsonica”.
Intanto riesce a sfuggire persino ai controlli satellitari.
Ma deve fare in fretta, ha appena dieci anni a disposizione.

Onde Quadre
Le prime avvisaglie di pericolo, come sempre avviene quando è il Tempo a rischiare l’estinzione, arrivano dallo Spazio. È un cambiamento invisibile e lento e incomincia dall’aria, il cui volume cambia impercettibilmente forma. I cieli si comprimono e le linee d’orizzonte si inclinano. Per il momento nessuno se ne accorge.

Radioestensioni
Poi è la volta dei suoni, che come si sa, utilizzano l’etere per compiersi. Le parole giungono alle orecchie non distorte, il che sarebbe il meno, ma trasformate.
Dalle macchine d’emissione degli appartamenti e dei luoghi sociali l’espressione “Bene Pubblico” diventa la parola “Portafoglio”, la parola “Stato” diventa l’espressione “Biglietto Ridotto”, e questi sono soltanto due esempi tra i più innocui.
Non è possibile codificare un nuovo vocabolario.
Il risultato, quello predeterminato e voluto, è l’Apatia Malinconica: una sorta di Stato di Fermo Interiore che rende docili gli abitanti della Terra.

Momenti di Noia
Gli uomini diventano ragni: masticano il vuoto e pensano di essere felici.
È un pensiero indotto, ovviamente.
Ora sono quasi pronti ad accettare l’Apocalisse Bianca.

Giungla Nord
Nella gestione subliminale della collettività gli uomini vengono incentivati a innamorarsi e accoppiarsi.
I bisogni, in tal modo, vengono sostituiti, l’acquiescenza perfezionata, l’inquietudine individuale piallata e limata.
Ma non per tutti. Qualcuno riesce a sottrarsi alle liane di una soporifera giungla devitalizzata.

Cose che non ho
Sono loro gli individui che il Fondatore dell’Ordine stava cercando. Sono loro le persone da arruolare. Quelli che non riescono ad adattarsi a galleggiare, gli Immuni dai ricatti del Tempo.

Preso Blu
Ce ne sono di due tipi: i teorici, i ragionatori, i ribelli con il pensiero e i combattivi, gli intolleranti, i ribelli con le mani. Servono entrambi.

Funk Star
E ad entrambe le categorie viene ricordato che l’arma migliore è la memoria, il ricordo delle proprie origini. Senza orpelli sentimentali, senza distorsioni di tenerezza o rimpianto. Bisogna fare di se stessi un minuscolo libro di storia. Solo così si potrà cambiare un destino nefasto.

Nicotina Groove
Non tutti ci riescono: la maggior parte degli umani cede sotto lo schiacciante e impercettibile peso dell’azione mentale. I più elaborano a propria misura questa preservazione della memoria e la indirizzano verso una stagnazione viziata, offuscata, indebolita. Fanno di se stessi un fermo immagine, un quadro.

Velociraptor
Il quadro geofisico invece incomincia ad essere più chiaro, persino per i più distratti. Dal cielo, di notte, dal nulla, in assenza di avvisaglie di qualsiasi genere, cadono boati mai sentiti prima. A poco servono gli occhi puntati, né molto oltre possono andare gli osservatori astronomici. Il cielo si richiude in un battito di ciglia e il fragore si disperde in un punto che non si riesce proprio a identificare.

Ancora ad odiare
Si ritrovano di notte, fuori dai centri abitati, e cercano di auscultare il vento. Di decriptare i segnali della Terra. Di comprendere per non sbagliare il senso dell’azione. Persino il Fondatore dell’ordine pare insicuro. Allora urlano, urlano, urlano. Di rabbia, di dolore, ma anche di forza.

Buncia
In risposta giugne un ticchettio derisorio, che dura qualche istante e poi scompare.

Sonde
Il lavoro di salvaguardia planetaria va riorganizzato. È necessario agire in una clandestinità strettissima, senza alcuna concessione o debolezza, poiché gli osservatori sono potenti e sono ovunque: è facile perdere la testa.

Colpo di Pistola
E infatti qualcuno la perde.
Si spara.
Le autorità riescono a isolare le sacche di rivolta e a circoscriverle in zone franche, in cui nessuno va più, a meno che si voglia scaricare la propria rabbia armati fino ai denti.
Si spara per smarrimento, si spara per disperarazione, si spara per interessi privati e pubblici, si spara per alterazione della memoria e si spara per amore.
Si spara per qualunque motivo, tranne che per quello giusto.
Si spara.

Aurora Sogna
Alcuni ribelli provano ad agire dall’interno: cercano di sintonizzare il proprio corpo sulla nuova onda di cambiamenti climatici e politici. Nasce la WBA, War Body Art. I gerarchici della distruzione ne approfittano e incanalano anche lei in un circuito di profitti, installando in tutte le persone che la praticano il seme della competitività e dell’invidia. Ogni tre mesi si svolgono i campionati mondiali di WBA, che vengono trasmessi in mondovisione. Al vincitore viene assegnata una testa imbalsamata.

Lasciati
Le coppie si sgretolano, ora non più per disamore, ma su precise direttive statali.

Liberi tutti
La controffensiva dei ribelli non si fa attendere. Girano nelle case, nei locali, negli spazi chiusi d’ogni genere e categoria, volantini in edizione samizdat che invitano la popolazione a rifiutare categoricamente il proprio prezzo di mercato sociale.

Strade
Il popolo insorge e, finalmente, esce dalle cantine e si riversa, ben visibile, sotto il cielo. Forse non tutti gli individui conoscono i motivi primigeni della protesta, ma in questa fase dell’Operazione Subsonica va bene così. Le strade si riempiono e qualcuno intuisce che ciò che cerca è a pochi metri da lui.

Disco Labirinto
La Controcontroffensiva dei gerarchi si indirizza allora verso un falso assecondamento. Secondo antichi e ben collaudati metodi di depistaggio, alla popolazione viene offerta l’Alterazione con Falso Tornaconto. I costruttori di specchi deformanti sono costretti ad assumere velocemente personale non specializzato e i

Il mio D.J.
Gestori di locali notturni obbligati a ingaggiare improvvisati manipolatori di vinile. Selezioni ruvide, conformi alle linee del partito reazionario, riempiono le basse volte stroboscopiche dei luoghi dell’asservimento. 

Il cielo su Torino
Le prime avvisaglie del cambiamento si registrano, in maniera sporadica e sfilacciata, nello spazio aereo di una sola città: quella che ha visto nascere l’Ordine Segreto per la Salvezza del Mondo. I cieli si piombano di colori cupi: è un segnale di pericolo.

Depre
D’ora in avanti, per motivi di sicurezza, le disposizioni di difesa verranno comunicate con nuovi codici linguistici.

Perfezione
I più umani agiscono da automi, i più astuti trasmettono le direttive tramite frasi meccaniche, secche e ignote, ad ogni ribelle o simpatizzante viene consegnato un manuale di anatomia umana.

Albe Meccaniche
Intanto i cieli incominciano ad alterarsi ovunque e non solamente sopra un'unica città. Il panico generale è dietro l’angolo. Gruppi laici di preghiera si ritrovano, tremanti, per intonare scongiuranti litanie. Potrebbe essere un fortre segnale di resa psicologica, ma l’Ordine riesce a infondere nuove forze combattive.
Si va avanti.

20.11.07(Complice di parole)

Esce di casa raramente, ma oggi deve farlo. Il suo compito è quasi terminato: aveva ragione quel tale in televisione. Appena fuori dal portone lo assale la luce: Strizza gli occhi, accecato dal sole. Il cielo al di sopra della piazza è diverso da qualsiasi cosa abbia mai visto, eppure lo riconosce. Ha già visto un cielo simile, una coppa minacciosa e assolata, ricolma di esplosiva sporcizia, piena di polvere distruttiva, invasa da robot di metallo all'orizzonte.

Ali scure

Casa
Strade
Tetti di notte
Luna
Treno
Suoni distanti
Prati
Auto
Giorni lontani
La corrente lungo i cavi spenti.
Chiudere gli occhi e poi
Ali scure tagliano il cielo.
Scosse
Grida
Ecco le bombe
Quella
Foto
Mentre sorridi -
Padre
Madre
Giorni distanti
La sirena grida coi suoi denti.
Chiudere gli occhi e poi
Ali scure tagliano il cielo.
Trema l’aria, tagliano il cielo.
Fumo
Pianti
Echi pesanti
Voci
Fuoco
La mia paura
Penso
Quanto
Siamo distanti
La sirena strilla contro il buio.
Chissà cosa rimarrà domani.

Era stata la stanchezza del mondo stesso a dare l'inizio al tutto: la stanchezza delle metropoli, della loro regolarità da incubo fatta di strade, quartieri, viali, case a schiera e vicoli, una nausea di tettoie, un disgusto di finestre, un orrore di ponteggi. Un mondo destinato a finire.

 

La Glaciazione

Gelidi tramonti
Un tempo erano fuoco sulla terra.
Pallidi orizzonti
Le ceneri di un tempo che dovrà finire.                                                              
Gelidi i tuoi occhi:
Due orbite in un cielo senza luce.
Nel tuo cuore il vento
L’eclissi di una sazia e spenta civiltà.
Questo vuoto esploderà, esploderà
Muoiono le stelle
Tra gli ultimi bagliori e un assordante nulla.
So che non mi senti
Noi ci riscalderemo tra i rottami ardenti.
Quando il vuoto esploderà, esploderà
Perché il vuoto esploderà, esploderà
Questo vuoto esploderà, esploderà
Gelidi tramonti
Un tempo erano fuoco sulla terra

Lui aveva tirato le fila, ma il compito supremo era toccato a "loro"... Sorrise, pensando a quello che stavano passando in quelle ore. Ma anche il loro compito si era esaurito, o almeno quasi. Improvvisamente ricordò le parole con cui era iniziato tutto: "La Grazia si è compiuta in noi. Li sconfiggeremo. Siamo quelli che hanno cercato di crescere a colpi di jingle pubblicitari, a forza di cellulari, computer, macchine, alcool e sigarette: ci hanno fatto bere acqua di fuoco e riempito di perline colorate. Ma noi li schiacceremo: perché siamo liberi."

L’ultima risposta

Forse quel silenzio d’immondizia in cortile
Forse quel destino spento da incatenare
Dentro un giorno sempre uguale
Quelle luci fredde o una corsia d’ospedale.
Via da questi luoghi, via da vecchie paure
Via da questi sguardi e dalla noia volgare
Via dal pregiudizio, gonfio di violenza
Dalle polveri sottili dell’indifferenza.
Come il fiore troppo raro
Di un’intelligenza condannata a sfuggire.
Libera quanto basta per
Dare alla tua strada un nome e l’ultima risposta.
Via da chi rinuncia e non ti lascia tentare
Via da chi ti infanga e non rinuncia a mentire
In tutti quei ricatti stesi ad aspettare
Nel dispositivo umano definito amore.
La sconfitta è un’eleganza
Per l’ipocrisia di chi si arrende in partenza.
Libera quanto basta per.

Una delle cose che lo aveva maggiormente stranito, in quegli anni, era quanto tutto fosse, insieme, così vicino. Verità e menzogna, desiderio e riflessione, paura e nostalgia. Bellezza e dolore. A volte gli era parso che una possibilità, forse anche una sola... Perché aveva permesso a così tante cose di frugargli l'anima?

Il centro della fiamma

Nel cuore di un’eclissi tu risplenderai.
Dentro quella piccola anima blu.
Il centro della fiamma è un livido,
È un peccato acceso che danzerà
riscaldando ombre dietro di noi.
Quante combustioni si attivano.
La tua pelle ha il gusto di eternità
Nel piacere acuto di un gemito.
Finché il sole fermerai
Qui nel buio solo noi
Finché il sole coprirai
Solo buio, solo noi
Finché il sole fermerai
Finché il buio, finché noi…
Il cuore della fiamma è gelido,
Ma quella lingua accesa ci scalderà.
Non abbiamo niente da perdere
Solo questo amore da sciogliere.

Poi, in un attimo disperso della notte, il cielo e l’impossibile erano esplosi con un fragore assordante.

Quattrodieci

Una notte sbagliata
Uno schianto, l’oscurità.
Una curva sbagliata
Una sorte, l’oscurità.
Un lenzuolo di pietra
Un domani che non verrà
La mia rabbia è scolpita
E ora non mi abbandonerà.
Mentre piango i tuoi occhi
Io ti cerco dentro di me.
Per sentirti più forte
Per urlare più forte
Per soffrire più forte
E respirare più forte
Per amare più forte
Per colpire più forte
E abbracciare più forte
Tutto il tempo che resterà.
La tua stella si spegne
La sua luce viaggia con me
La tua mano è già fredda
Il suo tocco viaggia con me.
C’è un tesoro segreto
Negli abissi dell’anima
Nel tuo volto perduto
Nella rabbia che esploderà.

 I ricordi lo fissarono con lo sguardo che si ha quando si guardano i pesci attraverso le pareti di un acquario. Stordito dal calore, fece ancora qualche passo, barcollando all’indietro. Accadde: tutto scivolò via e sentì dentro di sé una gran pace. Aveva fatto tutto quello che era in suo potere.

Alibi

Le tue dita fredde puntano sul mio cuore
Le tue labbra strette sono un taglio sottile
Stringo le mie spalle senza niente da dire.
Si alza la corrente e ora ti vedo svanire
Un punto all’orizzonte di una riva sottile
Le onde son già cariche di cose da dire.
Soffia sui miei alibi
Soffia sui rimpianti
Il vento soffia e scivola sul tempo che ci resta.
Dopo aver guardato affondare il tuo cuore
Dopo aver permesso al tempo di giudicare
Stringo le mie spalle senza niente da dire.
Piove sui miei alibi
Piove sui rimpianti
L’acqua scorre e scivola sul tempo che ci resta.
Scorre sui tuoi alibi
Scorre sui rimpianti
Scorre su di noi

Improvvisamente tutto avvizzì e girò a spirale ed all’orizzonte non ci fu più nessuno. Piano piano, silenzio su silenzio ogni cosa se ne andò. L'opera era compiuta. Il sole cocente gli abbagliò lo sguardo, gocce di sudore gli colarono sugli occhi.

Stagno

Resto fermo e nascosto
Nell’apnea di un fondale.
Nella cuora del tempo
Che continua a scadere
Sulla pelle ammaccata
Il mio regalo per te.
Non vedo più nessun male che mi possa ferire
Almeno per stanotte non c’è nessun dolore.
Lo stagno pronto a specchiarmi
È un abisso per me
Che ricambia lo sguardo
Che mi parla di te.
Sulle nocche ammaccate
Il mio regalo per te.

Aveva dovuto lavorare fuori dai suoi schemi abituali. Nell'ombra, nascosto, in solitudine, fino a che non aveva trovato qualcuno che imbracciasse le parole come un'arma in sua vece. Ora gli rimaneva solo più una cosa da fare. Era sereno e non aveva alcun rimorso. Il Complice. Già, il Complice: il meccanismo era innescato. Lentamente, ma inesorabilmente, sarebbe scattato. Click. Ora doveva solo aspettare. Per poco, ancora. Per poco.

Corpo Celeste
Visto da qui lo spazio sembra immobile
Come in attesa che cada qualcosa in più.
Crateri che io non avevo visto mai
Dove si annidano i demoni e gli angeli.
Oggi io e te siamo comete instabili,
Luci intrecciate che fendono oscurità.
Le tue braccia io riscalderò
Finché avrò fiato
Io soffierò via le tue.
Tra tempeste ed eclissi,
Le galassie e i riflussi,
Tra deserti e ghiacciai
Il mio sole, il mio sole, il mio sole
Sarai.
E sono qui a immaginare anche per noi
Un tempo sospeso
Un frammento di eternità.
Quanto di te
Per sempre acceso viaggerà.
Le curvature del tempo
Ci attendono.
Ma se adesso tu
Resti con me finché avrò fiato,
Soffierò via le tue nuvole.
Tra tempeste ed eclissi,
Le galassie e i riflussi,
Nei crepuscoli so
Che il tuo sole, il tuo sole, il tuo sole sarò.

22.11.07(Giorgio Gianotto aka distretto71)

- Ninja, non comincerai di nuovo a ….
- Max, so cosa sto facendo.
- È che vederti con gli occhi scaravoltati e la voce metallica mi fa sempre fare sempre brutti sogni dopo.
- Max, non farmi ripetere quello che sai già. Non abbiamo molto tempo, e abbiamo un compito cui adempiere, lo sai bene. Se il Complice ha voluto che tu fossi l’unico a conoscenza della reale portata del Piano, l'unico al corrente del Disegno, è perché sapeva che sei in grado di sopportarne il peso. Tu sai che sono costantemente interfacciato con la quarta dimensione, che al Politecnico mi hanno disassemblato e poi riassemblato e addestrato per essere uno dei guardiani del delle simmetrie spazio-temporali fondamentali, e sai anche che Torino è, in questo tempo e in questa dimensione, una delle porte d’intersezione delle rotte nel “tempo universale”. Un ripetitore di trasmissione della conoscenza cosmica, se vuoi, nelle sue forme passate e future, un luogo di Creazione e Irradiazione. Ma come tutti gli stargate, siamo esposti a ogni scoria che graviti nell'etere. Era stato predetto: sapevamo che sarebbe successo. Per questo noi Siamo. Abbiamo un compito: intervenire nella simmetria lineare del Tempo per evitare l'Apocalisse e mitigare l'interferenza causata dal passaggio dell'astronave del postBardo. Siamo all'Eclissi. Preparati: Sto per lanciare i nostri avatar nello spaziopsicotemporale.
La stanza si illumina di una radianza dai colori sconosciuti, il soffitto diviene cielo, un arco brillante dello spazio. I lineamenti di Ninja si distorcono e poi si distendono: dagli occhi spuntano due fasci luminosi, la voce è un tuono metallico.
- Ora andremo al cuore di tutte le storie scritte o raccontate dall’alba dei tempi, ora andremo dove gli universi si congiungono, faccia a faccia con l’unico vero terrorista di questa vicenda. A noi postBardo!
- Uppercarità!

22.11.07(Hall9000)

Un millimetro in più e la martellata ci avrebbe staccato il naso. Non avevamo previsto che un essere semi-divino potesse scendere tanto in basso. "La grappa è grappa e la guerra è guerra!", pensammo. Gli bloccammo il braccio destro. Il post-bardo ce l'aveva col nostro naso, provò ancora a staccarlo, stavolta con un morso. Caricammo un montante e lo colpimmo al pomo d'Adamo. Annasparono entrambi, lui e Adamo. Dal volto gonfio essudarono quindici versioni alternative della Genesi: "Dio si scordò di Noè, di tutti gli animali domestici e di tutte le fiere che erano con lui nell'Arca. Dio ruttò e l'Arca fu sommersa." I Genesis non ci erano mai piaciuti, consideravamo sopportabili solo alcune parti di "Abacab", 1981. In quell'album Phil Collins aveva trovato un suo paradossale equilibrio: non sembrava più una versione sfigata di Peter Gabriel, era finalmente il povero sé stesso che sarebbe rimasto. Gli sferrammo un calcio nei genitali, Phil si piegò in due canticchiando: "I can phil it coming in the air tonight..." Le capacità di mutazione del post-bardo iniziavano a innervosirci. Nel frattempo, Adamo ci aveva addentato una caviglia: gli strappammo una costola e gli sfondammo il cranio. Bye bye, capostipite, salutaci Tetragrammaton. Lo stesso corpo contundente impattò contro un dente dell'ex-batterista prog, impedendogli di  finire la canzone. Il post-bardo riprese a ribollire: "12) argomento: per quando tiguarda rettifiche motori io non rigordo ma se si chiedevase può aprire al mio paese può venire se a bisogno di qualche appoggio che si presenti da me che le presento qualche meccanico." Era  Provenzano. Ci investì con una gragnuola di pizzini-ninja: il bordo di un foglio ci tagliò la guancia. Come eroi di un poliziottesco pensammo: "Ora mi incazzo!". Il post-bardo era come un'Idra, gli avatar uscivano dalla testa. Noi, Ercole, dovevamo mozzarla. Una fatica del cazzo. Intanto dovevamo liberarci del vecchio boss corleonese: con le dita mimammo lo sparo di una pistola. Funzionò. U ' Raggiuneri  emise un raggio nero e ne venne inghiottito. Soffiammo sulla punta delle dita, guardando il post-bardo. Con lui non avrebbe funzionato. Phil Collins si era rialzato, la bocca simile a una bistecca al sangue: "Fi fimf to hav an invivible touch yeah..." Ci venne in mente Peter Gabriel: Sledgehammer. Impugnammo la mazza e colpimmo. Il volto di Phil iniziò a deformarsi come un grumo di pongo, secondo un algoritmo imperscrutabile. Per una frazione di secondo si stabilizzò su una forma ibrida tra Cecchetto, noto DJ e produttore, e Cicchitto, ex-PSI, ex-Forza Italia, ex-Phil Collins. Che esplose. Ora toccava al post-bardo. Dovevamo decapitarlo e cauterizzare il moncone prima che ricrescesse.  Con un colpo di ku fu (la Mano di Travertino), lo colpimmo sulla carotide. La testa volò via. In un remoto angolo di quell'universo, l'entità che era stata Franco Franchi sorrise. Dalla voragine del collo uscirono bestemmie, preghiere, poesie in pentametri giambici, volantini e slogan da corteo, circolari ministeriali, discorsi di Veltroni, testi di Mogol, oroscopi, sermoni radiofonici, interi romanzi di Avoledo, canzoni di Goran Kuzminac, canzoni di Mario Castelnuovo, monologhi di Castellitto, collane di Castelvecchi, apparizioni della Madonna, segreti di Fatima, bolle papali, bolle di sapone, statuette di Ganesh che bevevano latte, divertimenti di Krishna, lallazioni di neonato, scuregge, pernacchie, Iannozzi, saggi di Willy Pasini noto sessuologo, assoli di theremin, bigliettini dei Baci Perugina, biscotti della fortuna, bugiardini di ansiolitici. La testa stava per ricrescere: accendemmo lo Zippo della Harley e ci precipitammo a cauterizzare. Mentre bruciavamo i tessuti, un ultimo soffio ci raggelò il sangue. Con la voce di Hal 9000 la cicatrice declamò: "Dentro al replay per un attimo c'ero e anche lei ma in quel momento qualcosa ho cancellato si è fermato il tempo la sua regolarità e come se morisse è sparita anche la luna, è cominciata l'eclisse." Erano versi di Bersani, il ministro. L'eco delle parole si trasformò nell'immagine di un sole oscurato. Durò pochi istanti e luce di nuovo fu.
Il giorno dopo uscì l'album dei Subsonica.

22.11.07(Wu Ming)